Relazione
del Presidente Alberto Barcella
Signore e Signori, cari Colleghi,
la congiuntura continua ad essere deludente.
L’Italia, più di altri Paesi europei, non riesce ad agganciare
la vivace espansione del mercato mondiale.
Bergamo non fa eccezione.
Anche nei primi mesi di quest’anno la produzione industriale ha segnato
un dato tendenziale negativo (-1%) e le imprese non intravedono segnali
di ripresa.
Da 14 trimestri l’andamento economico dell’industria bergamasca
è sostanzialmente stazionario: a brevi periodi di modesta crescita
si alternano cicli negativi altrettanto corti.
La leggera ripresa del 2004 (+0,4%), dopo due anni durante i quali la produzione
industriale era diminuita di 2 punti percentuali, non si è rivelata
l’inizio di un ciclo espansivo.
La situazione è abbastanza differenziata fra imprese e settori: ai
caratteri di recessione che minacciano le produzioni del Sistema-moda si
associa una sostanziale tenuta della metalmeccanica che, nel medio periodo,
manifesta spunti positivi.
Complessivamente le imprese non riescono ad agganciare la ripresa economica
mondiale che è stata molto forte nel 2004 e che anche nei primi mesi
di quest’anno permane sostenuta.
Non dobbiamo però dimenticare che sull’evoluzione congiunturale
a breve-medio termine gravano alcuni rischi: il surriscaldamento delle economie
in Estremo Oriente, il prezzo del petrolio, i deficit gemelli della bilancia
commerciale e del bilancio federale statunitense, la revisione al ribasso
delle previsioni di crescita dei maggiori Paesi europei e del Giappone.
Se la domanda mondiale dovesse rallentare e se venissero attivate politiche
restrittive le ripercussioni sul sistema produttivo bergamasco innescherebbero
una recessione.
A quel punto le difficoltà dell’industria si rifletterebbero
sull’economia locale, sui redditi delle famiglie, sul clima di fiducia
e sui consumi.
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I dati macroeconomici giustificano un atteggiamento prudente e preoccupato,
ma non devono indurre allo sconforto che ha spinto troppi a vaticinare un
declino del modello industriale italiano.
Gli imprenditori bergamaschi non accettano questa logica e sono fortemente
impegnati a garantire un futuro al nostro sistema industriale.
Nonostante il profilo stazionario sono evidenti segnali di vitalità
che, se valorizzati, potrebbero permettere all’industria bergamasca
di ritornare su tassi di crescita pari ai Paesi sviluppati più propulsivi.
Bergamo ha almeno due punti di forza: l’intonazione del mercato del
lavoro e la dinamica delle esportazioni.
L’occupazione sta segnando continui record.
Nel 2003 i posti di lavoro in provincia sono aumentati di quasi 3.500 unità
e nel 2004 di oltre 6.000.
Nell’ultimo anno i posti di lavoro nell’industria sono tornati
ad aumentare (+0,8%) e persino le attività manifatturiere - strutturalmente
più esposte alla concorrenza – hanno migliorato il loro saldo
occupazionale.
La crisi del tessile-abbigliamento è stata assorbita dagli incrementi
di occupazione fatti registrare dalle altre attività industriali.
Sebbene la cassa integrazione sia aumentata fino ad arrivare, nel 2004,
ad oltre 3 milioni di ore, resta comunque ben lontana dai valori delle fasi
recessive. Escluso il Sistema-moda, è su livelli normali e, nella
meccanica, le ore integrate sono tra le più basse degli ultimi 15
anni.
L’incremento occupazionale dell’ultimo anno si è correlato
ad una crescita della mobilità che testimonia la vitalità
del mercato del lavoro e il positivo effetto della Legge Biagi, che ha posto
le basi per una sana flessibilità, senza quell’esplosione di
precarietà tanto inutilmente temuta.
Infatti i contratti tradizionali riguardano il 73% delle assunzioni, la
maggior parte delle quali a tempo indeterminato. Il lavoro interinale il
20% degli avviamenti con oltre l’80% dei contratti prorogati. Le nuove
forme contrattuali solo l’1,1%, probabilmente a causa dei ritardi
delle norme applicative.
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La crescita dell’occupazione in una fase stazionaria della produzione
è una circostanza anomala che non si inserisce negli schemi concettuali
degli economisti.
La prima più ovvia considerazione, critica rispetto alle funzionalità
del nostro sistema produttivo, interpreta l’anomalia del mercato del
lavoro come conseguenza di una grave perdita di produttività.
Ma la spiegazione del fenomeno potrebbe essere più complessa.
Infatti, per competere sui mercati internazionali, caratterizzati da grande
e talvolta spregiudicata aggressività commerciale, non bastano più
buoni prodotti a prezzi accessibili; occorrono nuovi servizi al cliente
che possono essere svolti solo dalle persone, senza un proporzionale recupero
sui prezzi.
Inoltre, l’aumento del lavoro a parità di prodotto è
parzialmente spiegabile con i fenomeni di internazionalizzazione produttiva.
Le numerose imprese bergamasche che hanno unità produttive fuori
dalla provincia e all’estero, ma che fortunatamente conservano sul
nostro territorio il quartier generale, erogano da qui prestazioni per una
produzione ben più ampia di quella contabilizzata dalle statistiche.
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La seconda anomalia di questa fase riguarda la bilancia commerciale.
Mentre l’Europa vede erodere le sue quote di mercato e l’Italia
registra un forte aumento delle importazioni ed una flessione del fatturato
internazionale, Bergamo genera una performance delle esportazioni quanto
meno singolare.
Nel 2004 le esportazioni sono cresciute di uno straordinario 16,4%.
Aumento in parte determinato dall’impennata dei prezzi di alcune materie
prime (ad esempio l’acciaio), ma che strutturalmente segnala un importante
recupero di quote di mercato soprattutto in Germania ed in Francia.
L’evoluzione della bilancia commerciale induce due considerazioni.
Innanzitutto la variazione annuale denota una crescita superiore a quella
regionale (+4,6) e nazionale (+6,4), segno di reattività e innovazione.
In secondo luogo conferma una tendenza positiva di medio periodo, nonostante
gli anni difficili: la crescita dell’export tra il 2001 e il 2004
è infatti, in euro correnti, vicina al 6%; in dollari +47%.
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L’aumento delle esportazioni e dell’occupazione costituisce
una caratteristica del comportamento della media impresa bergamasca che,
negli ultimi anni, è la principale locomotiva dell’economia
locale.
La performance della media impresa è spiegabile con la sua capacità
di reagire spontaneamente ed individualmente alla globalizzazione attraverso
un processo di internazionalizzazione.
A Bergamo, dei 120 mila posti di lavoro dell’industria manifatturiera,
20 mila sono riferibili ad insediamenti di imprese multinazionali non bergamasche.
Mentre le imprese con quartier generale nella nostra provincia e unità
produttive all’estero sono una settantina e danno lavoro complessivamente
a 75 mila persone: 25 mila a Bergamo e 50 mila nel mondo.
Questi dati – che generalmente sfuggono alle statistiche - sono fondamentali
per comprendere con quanta energia le nostre imprese abbiano reagito alla
sfida della globalizzazione e quale grande trasformazione del tessuto industriale
sia in atto.
L’internazionalizzazione produttiva non solo è elemento di
sopravvivenza e sviluppo per le imprese, ma anche opportunità e motivo
di crescita per il territorio di origine.
Le spinte di questo processo sono diverse: le industrie che hanno un loro
marchio o un prodotto vogliono conquistare nuovi mercati, chi costruisce
beni intermedi o tratta commodities accompagna i migliori clienti globali,
ma complessivamente l’impresa resta ancorata al nostro territorio.
L’amico Tancredi Bianchi cita spesso un proverbio toscano che esorta
l’impresa ad essere con “i piedi nel borgo e la testa nel mondo”,
il modello industriale che si sta affermando mi induce a parafrasare questo
adagio: le imprese bergamasche si avviano ad avere “la testa (il cervello)
nel borgo e le braccia nel mondo”.
Non delocalizzazione ma decentramento strategico per migliorare la competitività
e per crescere sui mercati.
Un numero così rilevante di imprese aperte al sistema globale impone,
anche ad un’Associazione territoriale, una revisione di strategie
e la capacità di far fronte a una nuova domanda di servizi.
Per loro e per quelle realtà produttive che intendono internazionalizzarsi
l’Unione Industriali ha costituito un Club come luogo per lo scambio
di esperienze e come opportunità per costruire sinergie, a completamento
dei servizi di Assist.
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I segnali positivi che si ritrovano nel tessuto produttivo bergamasco
in generale non valgono per il Sistema-moda dove si sono manifestate alcune
crisi aziendali; l’occupazione cede e la cassa integrazione è
prossima ai massimi storici.
Il tessile-abbigliamento, come è stato il motore della rivoluzione
industriale, così è di nuovo il primo settore a globalizzazione
perfetta.
La sua difesa ed il suo rilancio sono necessari per salvaguardare produzioni
che in Italia e a Bergamo sono importanti ed il cui contributo alla bilancia
commerciale è decisivo per la tenuta dei conti del Paese.
Dovremo mettere in campo politiche che sappiano garantire la nostra capacità
di rimanere una presenza industriale significativa in un sistema mondiale
dove circolano liberamente persone, servizi, merci e capitali.
Sarebbe insensato mettere freni allo sviluppo del commercio internazionale
che oggi rappresenta il volano dell’economia mondiale.
Sarebbe antistorico se i mercati ricchi si chiudessero per difendere le
produzioni interne e non consentissero ad altri Paesi di lanciare i loro
modelli industriali ed innalzare il livello di vita di miliardi di persone.
Sono sufficienti un minimo di regole che garantiscano un’equa concorrenza:
ad esempio, il ripristino temporaneo delle quote di importazione per i prodotti
più sensibili, limitazioni al dumping ambientale o sociale, l’indicazione
del luogo dove il prodotto è stato realizzato.
L’Unione Industriali è stata uno dei luoghi da cui sono partite
una serie di proposte per intervenire sulla crisi del tessile-abbigliamento,
che ora sembrano aver trovato un positivo sbocco a Bruxelles ed una parziale
accettazione nelle sedi delle organizzazioni del commercio mondiale.
Lo scenario di una “globalizzazione ben temperata” è
l’unico oggi possibile e la libertà del commercio costituisce
la sola prospettiva praticabile sia per i Paesi in via di sviluppo che per
le aree ad alto reddito e di antica industrializzazione.
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Non ci siamo limitati ad indispensabili azioni difensive, ma abbiamo lanciato,
per il Sistema-moda, un progetto - “Orientarsi per competere”
- destinato a sostenere le imprese nelle strategie di rilancio.
Tale progetto si articola in tre fasi.
Fornisce alle piccole o medie imprese un avanzato ed originale set di informazioni
sui mercati e sulle filiere produttive, nella convinzione che chi dispone
di conoscenza abbia oggi un forte vantaggio.
Accompagna gli imprenditori in una riflessione sulle criticità delle
loro imprese fino ad individuare le possibili azioni per rimuovere i fattori
di debolezza.
Propone infine alcune azioni di sistema per l’economia del tessile-abbigliamento
bergamasco.
È un’iniziativa che realizza una metamorfosi del nostro tradizionale
modello di servizio, ne dilata i contorni e i temi, giungendo fino a confezionare
proposte di azione “su misura” per la singola impresa.
Il progetto, sponsorizzato dalla Camera di Commercio, dalla Provincia, dalla
Banca Popolare di Bergamo e dal Credito Bergamasco, testimonia la volontà
di lavorare insieme per il rilancio di uno dei più importanti settori
della nostra economia.
Qualora i risultati fossero pari alle aspettative, l’Unione Industriali
è intenzionata ad estendere questo servizio innovativo ad altri settori,
ad altre filiere.
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Nello sviluppo economico i soggetti decisivi e di frontiera sono l’impresa
ed il lavoro.
Non può esistere un’industria d’avanguardia se non esistono
risorse umane qualificate e, per opinione unanime, la provincia di Bergamo
ha accumulato un grave deficit.
La nuova Presidenza confida nel valore strategico della formazione e crede
fermamente che l’economia della conoscenza sia la risposta vincente
alla globalizzazione ed alla concorrenza dei Paesi con bassi costi dei fattori
produttivi.
La necessità di formazione coinvolge in primo luogo gli imprenditori,
per i quali è fondamentale apprendere i comportamenti e le tecniche
per la gestione della complessità generata dalla diffusione della
globalizzazione. E prosegue con la formazione continua del personale.
La nostra azione intende toccare tutti i livelli del sistema formativo:
dall’orientamento alla scuola, con particolare attenzione agli indirizzi
tecnici, dall’università alla formazione per adulti.
Rimuovere le carenze di formazione tecnico-scientifica e correlare in modo
organico domanda e offerta formativa hanno una valenza essenziale per le
imprese.
L’Università di Bergamo, con la sapiente guida del Rettore
Castoldi, ha realizzato una significativa crescita dimensionale e qualitativa.
Oggi è in grado di formare le risorse umane necessarie per un’economia
con maggiore conoscenza e superiore capacità di ricerca.
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Il lavoro e l’impresa trovano una loro sintesi nel processo innovativo,
l’unico in grado di restituire valore ad entrambi.
Siamo consapevoli che nuovi prodotti, un processo produttivo di frontiera,
brevetti e spese per la ricerca non bastano per avere un adeguato ritorno
degli investimenti, perché l’innovazione diventa un’arma
vincente solo quando tutte le funzioni dell’impresa sono coinvolte
e ad essa finalizzate.
A Bergamo vi sono alcune luci, si registrano alcuni punti di forza, ma complessivamente
l’inseguimento degli “Obiettivi di Lisbona” procede ancora
troppo lentamente.
Il Polo Tecnologico di Dalmine (Point), la grande opportunità rappresentata
dal Kilometro Rosso, l’Università e tutti coloro che intendono
contribuire al salto di qualità delle politiche locali devono collaborare.
Ognuno con un suo ruolo, ma in un disegno che veda i cospicui investimenti,
pubblici o privati, operare in una direzione condivisa.
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Vi sono poi una serie di variabili di contesto che possono frenare o accelerare
la capacità competitiva: mi riferisco al territorio, alla cultura,
al binomio industria-politica, alla capacità di stringere alleanze.
Gli imprenditori hanno affidato alla nuova Presidenza un mandato vincolante:
dare la massima incisività all’attività dell’Unione
per il recupero del gap infrastrutturale del nostro territorio.
È un mandato che intendo onorare con tutte le azioni possibili.
La prossima apertura di un breve ma strategico tratto dell’asse interurbano,
i lavori sulla ferrovia Bergamo-Treviglio e sulla Tramvia delle Valli, il
cantiere sulla A4 vengono accolti con soddisfazione solo perché la
disperazione è tale da farci dimenticare da quanti anni ci erano
stati promessi e quanto il loro ritardo sia costato a tutta la collettività.
Ritardi continuano ad accumularsi sulla Bre.Be.Mi., benché sia stata
pomposamente inaugurata lo scorso anno, la Pedemontana continua a restare
lontanissima, quasi un miraggio; e, come non bastasse, diventano improvvisamente
difficili opere a favorevole impatto ambientale come il binario dell’Isola,
per non parlare della Tangenziale Est di Bergamo.
A livello di competenze provinciali la situazione è più variegata
a fronte di alcune positive realizzazioni resta l’attesa per la Dalmine-Villa
d’Almè e la variante di Zogno.
Unico e indiscutibile successo è l’aeroporto di Orio al Serio.
Oltre la presa di coscienza, da parte dei politici e degli amministratori
locali, della necessità indilazionabile di avere infrastrutture adeguate,
ritengo che ulteriori passi debbano essere fatti nella semplificazione delle
procedure di autorizzazione e soprattutto nell’assegnazione degli
appalti, con una revisione dei meccanismi della giustizia amministrativa.
Molto si può ottenere in fase di realizzazione delle opere nominando,
come per la Seriate-Nembro-Cene, un Commissario attento ed attivo.
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Un aiuto alle scelte infrastrutturali potrà giungere dall’applicazione
dalla nuova Legge Regionale in materia urbanistica, che cambia il metodo
della pianificazione e disciplina le relazioni fra i soggetti che governano
il territorio.
Tutti i Comuni sono obbligati a realizzare un diverso strumento di programmazione
urbanistica.
È una opportunità per coordinare gli usi del suolo e comprendere
se le realtà locali abbiano ancora un modello di sviluppo.
Purtroppo diffusi comportamenti sembrano avere spento la storica tensione
di Bergamo verso la crescita.
Il benessere ha fatto dimenticare a molti che esso è dovuto in larga
parte alla distribuzione della ricchezza che l’industria ha garantito
con sostanziale equità.
E’ amaro constatare che in molti casi si è creata una ostilità
dichiarata contro l’industria perché considerata malsana, inquinante
o generatrice di traffico.
A nulla finora sono valse le dimostrazioni sulla falsità dei pregiudizi
antindustriali, diffusi nell’opinione pubblica e sui quali le norme
sembrano fondarsi.
Troppi sono gli svantaggi competitivi per le aziende generati dalla complessità
della legislazione ambientale, dalla sovrapposizione di competenze fra i
diversi livelli di governo, da un sistema di controllo assolutamente inefficace
perché fondato sulla burocrazia ed, infine, dall’inversione
dell’onere della prova.
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L’Unione Industriali, sui temi del progetto per il futuro e sulle
politiche per rendere più competitive le imprese ed il territorio,
è pronta a dialogare e collaborare con chiunque ne abbia titolo o
dimostri la volontà di fondare i suoi comportamenti sulla cultura
dello sviluppo.
Mi auguro che si possa confermare e rinforzare il rapporto di stretta collaborazione
con la Camera di Commercio e le altre Associazioni imprenditoriali, sempre,
come nel passato, senza alcun desiderio di egemonia ma con la consapevolezza
che l’industria a Bergamo svolge un ruolo indispensabile.
Il rapporto preferenziale sarà riservato alle istituzioni ed alla
politica, nei confronti delle quali manterremo la tradizionale indipendenza.
Si chiederà in modo trasparente la collaborazione ogni qual volta
sarà necessario difendere gli interessi generali delle imprese e
accompagnare la crescita dell’industria.
La Provincia, gli Enti locali e tutte le Amministrazioni, nel riappropriarsi
della cultura dello sviluppo, da una parte devono guardare al futuro, al
progetto, dall’altra è necessario che contengano i costi di
sistema con meno burocrazia e maggiore efficacia, con vocazione alla migliore
gestione della cosa pubblica.
Si tratta di un compito indispensabile perché la devolution è
un’opportunità che ha, nella sua natura, il rischio dell’aumento
dei costi della pubblica amministrazione con la moltiplicazione degli Enti
e delle competenze.
Insieme alle altre organizzazioni imprenditoriali ed insieme al Sindacato,
l’Unione Industriali ha formulato una serie di proposte, che mi auguro
sia possibile discutere nel merito.
In un rapporto di assoluto rispetto, ma forti della nostra rappresentatività
ci impegniamo a esprimere pubblicamente giudizi sullo stato dei rapporti
e sull’efficacia dei comportamenti.
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La crisi in atto per gli effetti della globalizzazione e la conseguente
necessità di dover assumere scelte difficili ed impopolari ha riportato
di attualità il tema della concertazione.
La nostra fiducia in questo metodo non è diminuita; tuttavia la necessità
di essere operativi e rapidi nelle decisioni esclude il vincolo defatigante
dell’unanimità ed i tavoli dominati da questioni ideologiche
o di principio.
La concertazione deve essere pragmatica e la sua efficacia deve poter essere
misurata.
A queste condizioni l’interlocuzione con i Sindacati sarà aperta,
franca e tesa alla costruzione di soluzioni.
Nel prossimo futuro sarà inevitabile riorganizzare e riconvertire
parte del nostro tessuto industriale, ciò imporrà la ricerca
di soluzioni nuove per problemi inediti e l’individuazione di politiche
attive del lavoro adeguate.
Ritengo che i problemi che dovessero porsi, come nel passato, potranno essere
risolti con reciproco rispetto e forte senso di responsabilità nel
comune intento di consolidare e rilanciare l’industria.
Di questo non dubito.
Il salto di qualità che chiediamo ai Sindacati, ma che è necessario
anche alle imprese, consiste nel prendere atto che con la globalizzazione
non possono più valere le regole del mercato interno e dei sistemi
chiusi.
In questo scenario la difesa ad oltranza del posto di lavoro e della singola
impresa non hanno più senso. Al contrario, dobbiamo acquisire i principi
della difesa del lavoro e del sistema delle imprese.
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Gentili Ospiti, cari Colleghi,
le riforme per il rilancio dell’economia italiana, così come
la politica delle infrastrutture, impegneranno l’agenda del nostro
Paese e dei nostri territori per lunghi anni.
L’adozione di comportamenti finalmente virtuosi e la scelta di un
pragmatismo efficace potranno rilanciare la competitività; purtroppo
non da subito.
Per realizzare le infrastrutture ci vogliono molti anni e le stesse leve
macroeconomiche non sono in grado di cambiare immediatamente i comportamenti
delle imprese e dei cittadini.
Le azioni culturali - e fra queste devo ricordare il successo di contenuti
e di partecipazione di Bergamo Scienza - hanno effetti solo nel lungo periodo.
Oltre ai cambiamenti strutturali, è necessario realizzare subito
interventi straordinari che abbiano la capacità di ricostituire margini
di competitività con effetto immediato, perché le imprese
devono confrontarsi con i mercati ogni giorno e non possono aspettare.
Straordinaria in quanto limitata nel tempo può essere la difesa da
importazioni selvagge e l’imposizione di limitazioni al dumping economico,
sociale e ambientale.
Straordinario può essere l’uso della leva fiscale che è
lo strumento più idoneo a generare effetti competitivi immediatamente
spendibili.
La Finanziaria 2006 sarà decisiva e non posso negare la preoccupazione
che essa venga finalizzata alla successiva campagna elettorale, piuttosto
che al rilancio del Paese.
L’impegno alla riduzione dell’Irap è fondamentale a condizione
che il mancato gettito non venga compensato riproducendo una miriade di
imposte e tasse, inoltre sarà tanto più efficace quanto più
saprà ridurre la tassazione che grava sull’occupazione.
Straordinario deve essere anche l’intervento sull’altro motore
dello sviluppo, il lavoro.
Credo si possano avviare riflessioni anche sull’orario di lavoro e
sulla distribuzione nell’arco dell’anno del tempo di lavoro.
In particolari situazioni piuttosto che arrendersi di fronte ad un’oggettiva
perdita di competitività aziendale, è necessario - e conveniente
per tutti - rimettere in discussione l’orario di lavoro annuale come
si sta facendo in Europa.
Le comparazioni internazionali ci vedono perdere, rispetto agli Stati Uniti,
un anno di lavoro ogni cinque.
Per quanto questo divario sarà tollerabile?
Un puntuale intervento sull’orario di lavoro in quelle imprese che
possono effettuare un maggiore sfruttamento degli impianti comporterebbe
immediati benefici sulla competitività ed innesterebbe un circolo
virtuoso sull’occupazione.
Allo stesso modo sarebbe perfettamente in linea con la fluttuazione della
domanda una diversa distribuzione dell’orario di lavoro nell’anno
per cogliere le opportunità ed adeguarsi all’imprevedibilità
del mercato.
Un accordo sulla banca annuale del tempo, entro cui depositare ed impiegare
le ore di lavoro secondo necessità, rappresenterebbe un significativo
passo in questa direzione.
Sono questioni che possono ridare spazio economico anche alle imprese labour
intensive, la cui rilevanza sociale viene spesso sottovalutata, e garantire
un recupero almeno parziale di competitività nei confronti, non tanto
della Cina, quanto degli altri Paesi industrializzati ed, infine, limitare
gli effetti del forte apprezzamento dell’euro.
Queste proposte, a fronte di evidenti pressioni competitive, possono essere
discusse, modulate ed applicate a livello aziendale con accordi fra le parti
sociali.
La responsabilità di gestire la grande trasformazione indotta dalla
globalizzazione spetta a tutti, in primo luogo all’Europa, al Parlamento
e al Governo nazionale, ma non possiamo permettere che, mentre a Bruxelles
e a Roma si discute, Bergamo sia espugnata.
Diamoci da fare: le imprese, i Sindacati, le Istituzioni locali hanno i
mezzi, le capacità, le competenze per reagire alla rivoluzione in
corso nei mercati, iniziando senza indugio a rifondare il nostro sistema
produttivo.
Dobbiamo guardare al futuro senza i pregiudizi e le contrapposizioni ereditate
da un mondo superato dal progresso della storia.
Poniamoci un unico semplice, ma grande, obiettivo: lo sviluppo e la crescita.
E’ un obiettivo possibile se tutti gli attori locali sapranno perseguirlo
con quella tenace volontà che – grazie al cielo – non
difetta alla nostra gente.


