Assemblea
Generale 2007
RELAZIONE DEL PRESIDENTE
LE TESI
Settantamila occupati nell'industria, oltre due mila imprese manifatturiere,
con l'antica specializzazione tessile che dà lavoro a 50 mila persone in
una provincia che conta meno di mezzo milione di abitanti.
Bergamo, all'inizio
del '900, è già una provincia industriale: ogni 100 abitanti 15
lavorano nel secondario.
La nostra tardiva rivoluzione industriale è
resa fertile dalla combinazione di tre fattori: le risorse naturali del luogo
di insediamento degli opifici, l'abbondanza di lavoro, l'intraprendenza dei capitani
d'industria.
Nonostante gli importanti investimenti di imprenditori svizzeri,
nonostante le attività avviate dai locali, l'industria da sola non basta
a creare una domanda di lavoro sufficiente per soddisfare tutti i 300 mila bergamaschi
in età attiva.
Bergamo è terra di emigranti: ogni anno, oltre
2 mila giovani - certamente bisognosi, ma anche intraprendenti e motivati - sono
costretti a cercare lavoro all'estero.
E' quindi in un contesto di ancora diffusa
povertà che la Federazione Bergamasca dell'Industria Tessile nasce 100
anni fa a sostegno del settore industriale più avanzato e più sviluppato
dei suoi tempi.
Nell'originaria sede di via Adamello, non si parla solo
di lavoro e di come confrontarsi con le prime leghe operaie organizzate. Si affrontano,
fin da subito, temi economici e politici.
19 imprenditori decidono di associarsi
per risolvere problemi aziendali contingenti ma, nello stesso tempo, coltivavano
un sogno: la crescita delle loro attività e lo sviluppo economico e sociale
del territorio, tanto che nel giro di pochi anni la Federazione si apre all'apporto
delle altre attività industriali.
Noi tutti siamo, per qualche verso,
loro eredi.
4 imprese sono discendenti dirette, mentre 47 industrie associate
vantano, come Confindustria, un secolo o più di presenza sul mercato.
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La
grande stagione del tessile e degli altri settori pionieri dell'industria a Bergamo,
come la siderurgia, il cemento, la carta e altri ancora, è destinata a
subire un arresto, prima a causa del conflitto mondiale, poi per la faticosa riconversione
post-bellica.
Il Fascismo, la crisi del '29, l'autarchia, il corporativismo
ed un modello di sviluppo finalizzato alla grande impresa, alle grandi città
e al mercato interno frenano lo slancio industriale della Bergamo d'inizio secolo:
un modello integrato nel mercato internazionale, aperto agli scambi e fondato
sull'impresa familiare.
La crescita, per lunghi anni, sarà lenta.
Dopo
la seconda guerra mondiale la provincia ha un numero di occupati nell'industria
solo marginalmente superiore a cinquant'anni prima, a fronte di una popolazione
che ha raggiunto i 700 mila abitanti.
La piaga dell'emigrazione continua a
coinvolgere 1.000/2.000 persone ogni anno.
A ricostruzione completata, la nostra
provincia, che oggi vanta una posizione d'eccellenza, ha un reddito pro-capite
inferiore alla media nazionale.
Solo con il boom economico si vede l'inversione
del saldo migratorio.
Con lo sviluppo del commercio internazionale e la ritrovata
libertà d'impresa Bergamo recupera il contesto che le è congeniale
per dare il meglio di sé.
Imprenditoria diffusa, risorse umane motivate
e sostegno del territorio sono i fattori competitivi anche nel periodo in cui
si avvia l'era della libera circolazione di persone, merci, capitali, servizi
e informazione.
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Siamo orgogliosi di possedere una storia.
Siamo
consapevoli del valore di un'esperienza, ma le imprese - e l'Associazione con
loro - guardano soprattutto al domani.
Per oltre un secolo l'industria ha rappresentato
il futuro.
Sarebbe sterile limitarsi a celebrazioni; apriamo piuttosto il
cantiere dei prossimi cent'anni d'industria.
C'è molto da fare. E' velleitario
sperare che, nel tempo, non si manifestino fasi congiunturali recessive. Molte
imprese dovranno ristrutturarsi. Non poche cesseranno la loro produzione. Ma la
solida struttura della nostra industrializzazione è destinata a sostenere
le attività di domani.
Cent'anni di futuro vuole esprimere la volontà
di conoscere il passato per progettare un altro nuovo lungo periodo che confermi
e consolidi la vocazione produttiva e internazionale delle imprese bergamasche.
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Il
futuro è internazionalizzazione, Bergamo è nel futuro
Dopo il
1989, anno simbolo della globalizzazione, il prodotto lordo mondiale è
cresciuto al ritmo del 2,8% l'anno; le esportazioni ad una percentuale più
che doppia (al 6,4% l'anno).
Oggi, per ogni euro prodotto nel mondo 30 centesimi
vengono esportati.
Di questa gigantesca cifra d'affari l'Italia ha una quota
trascurabile, ma mentre tutta l'Europa vede erodere il suo peso, Bergamo mantiene
le sue posizioni.
Grazie alla sua struttura produttiva ed al suo modello di
internazionalizzazione viene esportata circa un terzo della ricchezza prodotta.
In
provincia sono presenti con siti produttivi 117 multinazionali estere e 13 italiane;
6 sono le multinazionali bergamasche grandi o "tascabili" e 114 le industrie
medie e piccole che hanno oltre 300 unità produttive nel mondo.
Questo
processo è ancora in espansione: con meno delocalizzazioni alla ricerca
dei bassi costi e più investimenti dedicati alla conquista di nuovi clienti.
L'allargamento
ad Est dell'Unione Europea e la tensione alla crescita di tutta l'Europa orientale
sono una sfida che le industrie bergamasche intendono cogliere.
Non mancano
ostacoli.
La violenta rivalutazione dell'euro mina la competitività
dei nostri prodotti, rende i mercati aggredibili dai grandi competitor, non solo
da quelli orientali.
Tuttavia si parte da una condizione di relativo vantaggio.
Le imprese - grandi e medie - che hanno raggiunto la dimensione critica sufficiente
per investire e lavorare all'estero, si sono costruite solide quote di mercato,
che offrono opportunità e prospettive anche per le piccole e gli artigiani
che le accompagnano lungo la filiera.
Comunque l'insufficiente dimensione
d'impresa resta un problema.
Sui mercati evoluti, una struttura troppo contenuta,
anche se è frutto di ottime scelte organizzative, non è una qualità
di per sé vincente.
Si deve costruire un programma di crescita, d'accordi,
di cooperazione per acquisire una dimensione aderente al mercato che consenta
di valorizzare le capacità progettuali, produttive e commerciali che non
mancano anche nelle imprese minori.
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Il futuro è dominato dalla
domanda di beni e servizi. Bergamo ha un'opportunità
La popolazione
mondiale cresce - ogni anno - di 80 milioni di nuovi potenziali consumatori.
Il
numero dei Paesi che entra nel mercato globale aumenta costantemente.
L'organizzazione
per il commercio mondiale ha ormai 150 membri, con 31 in lista d'attesa.
La
domanda è costituita per l'80% di beni manufatti; una quota assolutamente
stabile nel tempo.
La riduzione del peso dell'industria nella formazione del
prodotto lordo, nel mondo come in Italia, è in parte illusoria.
Infatti
una quota consistente dei servizi (dai trasporti, al marketing, alla comunicazione)
vive grazie all'industria.
Superata la veloce moda della new economy e la teoria
del declino, l'industria comincia a recuperare centralità nelle politiche
di sviluppo.
Negli Usa il valore aggiunto per occupato del secondario ha largamente
superato quello dei servizi con un recupero di 10 mila dollari pro-capite in un
decennio.
L'Europa è in ritardo nelle politiche economiche ed il riequilibrio
nella redditività dei settori non è ancora completo, tuttavia anche
nel nostro continente il trend è positivo.
La produzione industriale
non sarà un'esclusiva dell'Asia; essa potrà continuare a caratterizzare
le economie di più antica industrializzazione se i loro sistemi sapranno
modernizzarsi.
Per Bergamo, che è il territorio italiano con la più
alta quota di prodotto lordo determinato dal secondario, è una opportunità.
Il futuro della produzione di beni sarà caratterizzato dalla capacità
di rispondere alle esigenze di tutti i consumatori.
Nell'Expo-Show che inaugureremo
al termine dell'Assemblea, presenteremo uno spaccato della realtà tecnologica
dei prodotti delle imprese bergamasche.
Essi testimoniano l'eccellenza di oggi
e annunciano le opportunità e le potenzialità di domani.
Il
futuro è diffusione di cultura d'impresa. Bergamo lancia una sfida
Nessun
territorio, nessun cittadino e nessuna impresa possono guardare con fiducia al
domani se non vivono e non si relazionano con un sistema pubblico efficace.
Gli
italiani e le nostre imprese rischiano di non riuscire ad agganciare le previste
fasi di sviluppo perché il Sistema Italia non è efficiente e, soprattutto,
non è proiettato a cogliere le opportunità del nuovo.
Ci manca
un'economia di mercato compiuta, siamo oberati dalla diffusione di posizioni spropositate
di rendita, dalla chiusura monopolistica di alcuni segmenti del settore dei servizi.
Abbiamo
l'handicap di una pubblica amministrazione troppo pervasiva e, per di più,
caratterizzata spesso da un rapporto costi-benefici insostenibile.
Quanto è
nell'esperienza di tutti è diventato recentemente d'attualità anche
per il sistema politico che si è finalmente reso conto che i suoi costi
sono improponibili a qualunque benchmark.
I prossimi anni saranno più
ricchi di successi se sapremo - in politica e in economia - ridurre i costi della
distribuzione, immettere concorrenza nei servizi, riformare la pubblica amministrazione
per renderla compatibile con un mondo competitivo.
Una tesi semplice almeno
nell'enunciazione: l'Italia, la Lombardia, Bergamo devono fare una grande operazione
di trasferimento tecnologico dalle imprese al terziario pubblico e privato; è
necessario applicare i metodi e le tecniche della gestione industriale a tutto
il Sistema-Italia.
Conoscere per fare, definire obiettivi quantificabili e
misurare continuamente i risultati, mettere in sinergia le specializzazioni, rispondere
nei tempi e nei modi richiesti dal mercato, dal consumatore e dall'utente.
Per
realizzare questo ambizioso progetto di innovazione occorre aprire il cantiere
del futuro.
Liberare la politica dalle gestioni improprie e restituirle appieno
il ruolo di indirizzo.
Trasformare la pubblica amministrazione in una impresa
di servizi efficiente che trasferisca valore ai cittadini.
Remunerare persone
e fattori produttivi secondo il merito.
Pervadere tutte le attività
con la cultura d'impresa.
Ci sono diversità da valorizzare, ma hanno
il denominatore comune costituito dal modello organizzativo che l'industria bergamasca
implementa da cent'anni e più e che oggi vuole condividere con gli altri
settori economici e con la società.
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Internazionalizzazione,
produzione di beni e modernizzazione del Sistema Italia sono gli obiettivi per
Cent'anni di futuro.
Tre tesi che desideriamo confrontare con alcuni autorevoli
e graditi ospiti e, attraverso Nadio Delai, anche con i bergamaschi.
LE
VISIONI CONCRETE
I diversi contributi di questa Assemblea ci consentono
di disegnare l'homo faber del futuro che, per cogliere appieno la crescita della
domanda mondiale, dovrà valorizzare - come nel passato - le potenzialità
del nostro sistema ambientale-territoriale, delle nostre persone e della nostra
cultura d'impresa.
Visioni concrete significa avere un sogno, un obiettivo
di lungo periodo, che pragmaticamente, come in un cantiere, si costruisce giorno
per giorno con progressi misurabili.
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Per il sistema territoriale,
la visione è "sviluppo e sostenibilità"
Due concetti
fondati entrambi su scienza e tecnologia, che hanno pari dignità ed ai
quali deve essere dedicata la medesima attenzione.
Un'offerta territoriale
flessibile ed accogliente non può non mettere a frutto la straordinaria
centralità della Lombardia rispetto all'Europa meridionale ed alla direttrice
del corridoio 5.
Questa posizione baricentrica è stata finora vanificata
dalla piaga della crisi delle infrastrutture.
Contemporaneamente la qualità
degli assetti territoriali è stata troppo spesso compromessa da una crescita
disordinata degli insediamenti, individuati sotto la pressione dell'emergenza,
con spreco di risorse e in sostanza senza un vero progetto.
Tutte malattie
che attraversano ancora una fase acuta.
Si rilevano però segnali di
una volontà condivisa di affrontare le questioni.
Da molti anni è
stato disegnato il progetto infrastrutturale della provincia ma solo da poche
settimane esiste una assegnazione di risorse quantificata e un programma temporale
definito.
Non tutti i fabbisogni vengono colmati ma il disegno delle grandi
direttrici è completo e sono finanziate altre opere di rilevanza locale.
Il
Piano Territoriale Provinciale e la nuova Legge urbanistica hanno fornito agli
enti locali l'indispensabile contesto per ridisegnare il territorio.
Tutti
i comuni stanno lavorando e siamo nel cuore di una fase cruciale per il futuro.
Non
ci sono ancora risultati, ma sembra emergere una cultura nuova con un'attenzione
all'industria che non si riscontrava da anni.
Nel sistema territoriale c'è
meno autoreferenzialità e la volontà di progettare condividendo
le scelte con chi le dovrà realizzare e con tutti coloro che saranno coinvolti.
In
un territorio come il nostro densamente abitato e con molti campanili, certamente
troppi, la collaborazione è una necessità ed avvia un percorso destinato
a ridurre il numero degli enti locali compensandoli con l'attribuzione di poteri
reali.
Nella recente polemica sui costi della politica è entrata giustamente
la questione della semplificazione dei livelli di Governo e Amministrazione del
Paese.
La soluzione, ad avviso di Confindustria Bergamo, non riguarda tanto
l'architettura degli Enti di Governo, ma piuttosto un processo che definisca una
più moderna articolazione dei poteri.
La lentezza e la complicazione
burocratica, la contraddittorietà delle norme e l'incertezza del diritto,
l'impossibilità di un decentramento effettivo, talvolta l'ingiustizia,
sempre le moltiplicazioni di costi dipendono dalla mancata chiara attribuzione
dei poteri ai diversi livelli di Governo.
In campo ambientale, ad esempio,
le fonti di diritto sono almeno una decina.
Non sovrapponiamo i poteri, ritorniamo
ad una loro effettiva separazione e progressivamente la giustizia, l'economia
di gestione e la crescita della responsabilità degli operatori e degli
amministratori diventeranno possibili.
È un esemplare approccio da cultura
industriale.
È un percorso ad ostacoli; ma la Lombardia, in cui i problemi
sono numerosi e complessi ma alcune emergenze meno pressanti - non ultima quella
occupazionale - può essere la Regione della sperimentazione.
In ogni
caso le intese sulle reti infrastrutturali ed i segnali di nuovi atteggiamenti
della pianificazione consentono di sperare che la visione di un territorio competitivo
ed in cui sia attraente vivere possa essere realizzata con scelte concrete.
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L'habitat
costituisce l'hardware dello sviluppo; quasi tutti i contributi che abbiamo sentito
mettono l'accento sul software come principale fattore di successo.
Per le
persone, la visione è "conoscenza"
La formazione, in tutte
le sue articolazioni, scolastica, universitaria e continua è l'area essenziale
d'azione. Deve coinvolgere tutti, pubblico e privato.
In concreto si ravvisano
segnali confortanti: l'antico deficit di scolarità che ci ha da sempre
accompagnato è ridotto, quasi annullato, le vocazioni dei giovani non sono
ancora coerenti con la domanda di lavoro ma la propensione agli studi tecnici
è di molto superiore alla media italiana.
Confindustria Bergamo, coerentemente
con la sua visione, ha concentrato gli investimenti principalmente sulla formazione.
Desidero
citare due sole attività svolte nel settore education.
L'apprendistato
di alta formazione per giovani occupati destinati ad acquisire una specializzazione
riconosciuta a livello europeo.
La formazione imprenditoriale. Il percorso
verso la società della conoscenza è ancora lunghissimo e nessuno
deve ritenersi già adeguatamente preparato, tanto meno gli imprenditori
e le imprese che si confrontano con mercati e problemi infiniti.
Le persone
sono la risorsa che ci consente di coltivare il sogno di tenere Bergamo sulla
frontiera della tecnologia e dell'innovazione.
Il traguardo continua a spostarsi
in avanti e cambia di forma e di contenuti.
La visione concreta è il
riconoscimento "ufficiale e certificato" delle iniziative per l'innovazione
su cui la collettività bergamasca ha investito: dal Kilometro Rosso a Servitec,
dall'Università al Consorzio Intellimech per la meccatronica.
La visione
concreta è, simbolicamente, il parcheggio gremito del Kilometro Rosso e
la straordinaria partecipazione di pubblico a Bergamo Scienza o, più rigorosamente,
la scalata di Bergamo nella graduatoria dei brevetti.
La visone concreta sono
i prodotti delle nostre imprese e le molte eccellenze che, in questi giorni, possiamo
trovare nei padiglioni della Fiera.
Le attività di ricerca e una realtà
produttiva d'avanguardia ci danno l'opportunità di far crescere ed attrarre
talenti, risorsa vincente in qualunque competizione ed in tutti i campi.
Per
garantire cent'anni di futuro si deve perseguire tenacemente l'innovazione e favorire
la crescita delle persone e delle intelligenze. In una prospettiva più
ravvicinata, questa visione consentirà di raggiungere gli obiettivi di
occupazione e di reddito che, insieme al sindacato, ci siamo dati lo scorso anno.
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Per la cultura industriale, la visione è "apertura verso
il nuovo".
Le visoni concrete sono permeate dalla capacità degli
imprenditori, delle imprese e di chi ci lavora di saper cogliere le opportunità
del nuovo.
Nessun risultato - ieri come oggi - può essere raggiunto
senza il contributo dei molti che accettano la sfida del cambiamento.
Questo
è lo spirito che ci ha indotto ad aprire la base associativa agli artigiani
dell'Unione e ad altri settori.
Il futuro si fonda su una cultura industriale
e su una rappresentanza delle imprese che va al di là di vecchie distinzioni
dimensionali e settoriali.
Un'associazione come la nostra ha il dovere morale
di servire il progetto di sviluppo della società bergamasca. Per questo
è necessaria una casa degli imprenditori aperta a tutti ed aperta al nuovo.
Tre
visioni, tre azioni concrete: il futuro è di chi lo sa progettare, l'industria
bergamasca, da cent'anni, lo fa di mestiere!
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Comunque anche le migliori
strategie e le più efficaci attività sarebbero vane se venisse a
mancare un contesto che condivida i valori e le priorità per lo sviluppo.
Bergamo ha sue specificità ma è perfettamente integrata con
l'Italia e l'Europa; non può e non vuole essere un'isola; ha necessità
di politiche di sistema.
Un tema che affido volentieri e con grande interesse
al Presidente di Confindustria.


