Pubblicazioni

 


GLOCALISM
L’ITALIA DELLE DIFFERENZE
L’ITALIA DELLE OPPORTUNITA’
(Capri 2001)

Le tesi dei giovani imprenditori illustrate dal presidente Edoardo Garrone

 

Cari amici,
Il mondo ci è entrato in casa, in queste settimane, con le immagini tragiche degli aerei suicidi. Con una forza mai vista, eventi lontani ci hanno ricordato che il villaggio globale è il mondo in cui viviamo.
Pochi mesi fa ci incontrammo a Santa Margherita Ligure, per parlare di quel mondo e dell'Italia. In quell'occasione, dietro al palco, c’era un'immagine, una grande fotografia di Sebastao Salgado: una bambina con occhi grandi che ci parlavano di miseria, di sopraffazione, ma anche di speranza. Erano gli occhi dell'altro, dentro ai quali volevamo provare a leggere.
Oggi quasi non riusciamo più a scrutare quegli occhi. Ci sembra esaurita ogni
capacità di comprensione. A quella fotografia si sostituisce, come in un incubo,
l'immagine lacerante delle lamiere di un aereo che tagliano la torre. Non vediamo gli occhi della bambina, ma soltanto le palle di fuoco delle esplosioni.
È questo, a pensarci bene, il primo, maledetto effetto della tragedia di New York. Si vuole annullare la possibilità di capire, di interpretare. Si vuole stroncare la
possibilità di intervenire, di migliorare, di correggere. Si vuole fare morire la
speranza, ogni speranza di futuro.
A questo deserto dello spirito noi giovani imprenditori ci opponiamo con tutte le
nostre forze. Il mondo deve combattere, senza ambiguità, la sua lotta contro il
terrorismo. Una lotta metodica, intelligente, spietata, da condurre su tutti i piani:
politico, militare, diplomatico, finanziario.
Ma tutti noi dobbiamo sapere che la guerra più importante la vinceremo sul piano
culturale.
Non è in questione la superiorità di una civiltà o di una religione (ci mancherebbe
altro!), ma l’affermazione universale di principi e politiche di democrazia, tolleranza, apertura, inclusione che devono essere patrimonio della stragrande maggioranza dell’umanità.
Per questo ad una guerra lunga e difficile si dovrà accompagnare un grande disegno, un progetto positivo di governo della globalizzazione.

La governance della globalizzazione: un tema più grande di prima

A Santa Margherita parlammo di questo, della necessità di governare la
globalizzazione. Qualcuno ci prese per visionari. Purtroppo anche la tragedia delle
Twin Towers ha dimostrato la fondatezza di quel nostro assillo. Non c’è nessun
rapporto diretto tra le cose, ma è evidente che quel gruppo di criminali sa, immagina o spera di poter costruire del consenso intorno a sé in nome delle distorsioni, delle contraddizioni del processo di globalizzazione.
Contraddizioni che ci sono e non vanno negate. Il nostro mondo lascia nella fame e nell’indigenza 800 milioni di abitanti dei 49 paesi più poveri che producono solo lo 0,7% del Pil mondiale. Questo non per colpa della globalizzazione, ma per una
cattiva globalizzazione, che non unisce crescita economica, qualità della vita,
sicurezza sociale, non affronta la perdurante crisi degli organismi internazionali. Che non diventa globalizzazione - oltre che economica - sociale, politica, culturale.
Noi vogliamo migliorare, rendere più giusta, governare la globalizzazione. Vogliamo globalizzare la globalizzazione. Noi giovani imprenditori di questo piccolo pezzo di mondo che si chiama Italia non pretendiamo di essere il sale della terra, ma vogliamo, con sobrietà e determinazione, dire la nostra. Di fronte al rischio di una involuzione globale vogliamo continuare e approfondire un cammino di speranza e di progetto.

La globalizzazione dell’informazione

A S. Margherita avevamo detto che non c’è globalizzazione economica senza
sviluppo armonico, senza condivisione della ricchezza. Oggi, ancora di più dopo l’11 settembre, diciamo: non c’è globalizzazione economica senza integrazione culturale.
Integrazione vuol dire conoscersi, riconoscersi, scambiare culture, intrecciare modi e stili di vita in un mondo totalmente interdipendente. Si spiega così la scelta di mettere al centro delle nostre tesi il tema dell’informazione, dei media, dei new media in particolare. Non è un capriccio intellettuale, ma una necessità. I nemici della libertà conoscono e utilizzano i meccanismi mediatici, persino nella scelta degli obiettivi, nei tempi e nelle modalità delle loro azioni criminali. Noi, che vogliamo difendere e sviluppare la libertà di tutti, dobbiamo rispondere costruendo un’informazione aperta, integrata, inclusiva.
In queste settimane il mondo ci è entrato in casa con la CNN e con la RAI, con le
dirette Internet e le telefonate degli amici. Con una forza mai vista eventi lontani sono diventati notizia e informazione; un'informazione unica, istantanea, che ha riempito i nostri pensieri e le nostre vite.
La globalizzazione dell'informazione è un grande processo democratico. Ha
contribuito alla caduta di molti regimi totalitari; ha reso sempre più impraticabili le scelte autarchiche e nazionaliste; è un formidabile strumento di emancipazione per liberare individui e popoli. Per questo, siamo grati al lavorio incessante
dell’informazione, e ne sappiamo apprezzare il valore: l'informazione è un patrimonio dell'umanità.
Ma la comunicazione globale può anche livellare le differenze, cancellare le identità, ridurre gli spazi di libertà del singolo. A volte può allontanarci dalla realtà, anziché avvicinarci ad essa. La fabbrica dell'informazione globale diffonde un prodotto spettacolarizzato in cui i grandi avvenimenti sono proiettati sugli schermi sino a diventare icone, pura immagine, e infine feticcio di dati remoti e irreali. Una sequenza digitale, che alla fine risulta irrilevante e priva di significato. Il mondo ci entra in casa, con insistenza e con una attenzione morbosa per i particolari, per le dichiarazioni, per le mille storie. Mentre questo accade il mondo viene avvolto da un velo di irrealtà e ci appare lontano dalle nostre vite.
La società aperta ha invece bisogno di un sistema dell'informazione in grado di
avvicinare alla realtà. Dobbiamo rimettere al centro dell'informazione le persone con la loro umanità. Vogliamo una comunicazione più partecipativa, che sia in grado di sostenere l’autonomia delle persone e delle culture.
La comunicazione deve coniugare la dimensione globale con una sobrietà che
abbiamo perso. Il senso di irrealtà si ciba della comunicazione eccessiva e
debordante: dobbiamo trovare la forza di fare un po' di silenzio, per potere parlare
sottovoce.

L’Italia nella globalizzazione

La globalità che vogliamo non è la fine della storia, la negazione delle identità,
l’annullamento delle differenze. Noi italiani dovremmo saperlo. Noi, che in tanti
momenti della nostra storia siamo stati un fertile ponte tra paesi, tradizioni, culture diverse.
Più volte siamo stati al centro delle globalizzazioni. 2200 anni fa, pensate!, Polibio, storico greco emigrato a Roma, ci ricorda che dopo la fine delle guerre puniche la storia forma "quasi un corpo unitario, le vicende dell'Italia e dell'Africa settentrionale si intrecciano a quelle dell'Asia e della Grecia e i fatti sembrano coordinarsi a un unico fine". La globalizzazione romana integrò il mondo greco e il mondo romano, e non solo! Sappiamo che nel primo secolo ambasciatori di Ceylon visitarono l'imperatore Claudio. L'eredità Alessandrina, che divenne poi romana, lambiva l'India: la civiltà Gandara dell'odierno Afghanistan coniugò il buddismo all'ellenismo.
I Talebani hanno distrutto le statue più maestose di quella civiltà che sapeva scolpire i Budda con le stesse linee di Apollo, e di quella tradizione di tolleranza. Il nostro deve essere un messaggio esattamente di segno opposto. No alla distruzione delle civiltà, e no, anche in casa nostra, a una involuzione fatta di paura e di incomprensione per quel che è diverso. Se ci chiudiamo, tradiamo la nostra società aperta che vogliamo difendere. Tradiamo la nostra parte migliore: l'Italia è abituata ad essere un Paese di frontiera.
Anche per questo non dobbiamo mettere in secondo piano i nostri problemi nazionali in nome dell'emergenza globale. Noi possiamo aiutare un diverso destino del mondo, mettendo al suo servizio la nostra storia, le nostre risorse culturali, il nostro antico cosmopolitismo. E lo faremo tanto più se risolveremo i nostri mali antichi e recenti.
Facendo i conti con i suoi problemi “locali” il nostro Paese darà un contributo a
rispondere alle emergenze globali.

Il rilancio del riformismo

È tipico di un certo spirito italico affrontare le sfide – e vincerle, anche! – solo
quando siamo sull’orlo del burrone. È avvenuto in tanti momenti della storia,
compresi gli ultimi venti anni. Quando abbiamo sconfitto il nostro terrorismo, quando abbiamo affrontato la voragine del debito pubblico e sostenuto la prova dell’ingresso nell’area dell’Euro. Ma le sfide non si ingaggiano solo quando c’è da evitare le catastrofi. Un paese serio e fiero, consapevole della sua forza, deve essere in grado di lanciare delle sfide in avanti, delle sfide positive, delle sfide per crescere e per cambiare. Senza che ci sia sempre qualcuno pronto a dire: attenzione, non è il momento, aspettiamo tempi migliori.
È una strana sorte, quella del riformismo in Italia. Per un motivo o per un altro, non è mai il suo momento. Per decenni abbiamo vissuto in un sistema bloccato, in cui governo e opposizione si davano una mano nel mantenere in piedi assetti clientelari e corporativi. Da quando quel sistema è saltato, tutti si sono dichiarati a parole paladini del cambiamento. Il centrosinistra ha governato per cinque anni, prima affrontando la sfida dell’Euro, poi tirando i remi in barca, soffocato da divisioni politiche e conservatorismi sindacali. Il centrodestra ha vinto le ultime elezioni sull’onda di una forte spinta al cambiamento ma, dopo soli pochi mesi, ha prodotto proprio in questi giorni una Finanziaria che appare timida e incolore, nella quale non si intravedono innovazioni e discontinuità.
Non vogliamo portare fretta a nessuno, ed è evidente che l’azione del governo sarà misurata - come è giusto che sia - nell’arco dei cinque anni. Ma chi ha tempo non perda tempo! I grandi nodi italiani attendono una soluzione. I fatti internazionali li rendono più urgenti, perché l'Italia non gode più di rendite di posizione, non può riprendere a "tirare a campare". Il mondo è cambiato, e l'Italia è rimasta indietro. E' come paralizzata di fronte a tante questioni che tutti giudicano prioritarie. E’ indietro nella formazione dei suoi cittadini. E' indietro nel mettersi in rete: la rete delle competenze, delle nuove pratiche organizzative, della scoperta e dell'utilizzo delle nuove tecnologie. È indietro nelle riforme dell’istruzione e del mercato del lavoro.
Per tutti questi motivi, e senza alcuna presunzione, vogliamo riprendere nelle nostre mani la bandiera dell’innovazione e del cambiamento. La bandiera del riformismo è nostra! Una bandiera tante volte sollevata, qui a Capri, dal “giovane” Antonio D’Amato e che noi giovani imprenditori del 2000 non vogliamo mollare. Il
riformismo non può essere da tutti dichiarato e mai praticato. L’Italia ha bisogno ora e subito di forti dosi di riformismo. Tutti sanno cosa significa questa parola in Italia: reti, formazione, innovazione, flessibilità. Cose molto concrete su cui misureremo le coerenze del governo e dell’opposizione, delle organizzazioni sociali, delle forze della ricerca e della cultura.

Il divario digitale

Partiamo dal principale fattore di arretratezza nazionale. Nell'era digitale l'Italia non è digitale. Con l'eccezione della telefonia cellulare, tutti gli indicatori confermano che l'Italia è agli ultimi posti in Europa per diffusione delle tecnologie digitali e delle reti.
Abbiamo meno computer, meno accessi a Internet, meno tecnologie informatiche nei posti di lavoro.
Internet è arrivata in Italia in modo superficiale. Una moda importata sull'onda di una bolla speculativa americana. Si è sgonfiata quella, e si è sgonfiato il nostro
entusiasmo. L'arretramento attuale è parallelo a quello di altri paesi, ma con una
differenza importante: avviene da una posizione assai meno avanzata.
L'Italia oggi non è in rete. Sono poco in rete le sue imprese e i suoi cittadini. Gli attori più importanti, sia nel settore della produzione della tecnologia, che del suo utilizzo, sono americani, non italiani. Siamo poco presenti nelle organizzazioni internazionali che determinano il futuro di Internet. Il Consorzio Mondiale del Web, l'organizzazione internazionale che ha prodotto la tecnologia più usata nel commercio elettronico, ha più di 500 membri. Di questi, solo 10 sono italiani. Di questi 10, soltanto 4 sono delle imprese private. Erano 5: una ha deciso di emigrare nella Silicon Valley.
Dobbiamo fare di più noi imprenditori. Le nostre aziende e la nostra cultura
organizzativa hanno bisogno di una scossa, se davvero vogliamo essere attori del
mondo. Deve agire con decisione il Governo, stimolando l’acquisto di nuove
tecnologie, creando un bonus congruo e strutturale ad hoc a favore dei redditi più
bassi. E bisogna, soprattutto, rafforzare l’offerta di accessi per scuole e biblioteche.
Lo si è fatto in altri paesi europei, lo si può fare in Italia.

Il divario informativo

Altrettanto grave è in Italia il divide nell’informazione tradizionale e televisiva. È un tema grande e spesso rimosso, che riguarda la proprietà dei mezzi di informazione, il superamento dei conflitti di interesse, e i necessari aggiornamenti legislativi da produrre su basi realistiche e innovative, non ideologiche.
Lo stato del dibattito sulla televisione è sinceramente penoso. Un’insana commistione con la politica condiziona la discussione sul futuro di una grande azienda come la Rai. Bisogna avere il coraggio di tagliare il nodo. L’unica riforma possibile e necessaria è l’avvio di un processo di privatizzazione della Rai, che metta sul mercato – valorizzandola - una parte dell’azienda e lasci una sola rete al servizio pubblico.
Una rete che possa operare in piena e totale autonomia, producendo una informazione diversa, non omologata, di qualità. Una rete che non sia costretta a rincorrere l’audience per raccogliere pubblicità. Un laboratorio che raccolga le persone migliori e le idee più innovative del paese. Che sia davvero, fuori dalla retorica, un'"industria culturale" di cui andare fieri. Non ci perderemmo nulla: non ci servono né 6 né 12 canali tutti uguali. Potremmo invece guadagnarci molto.
Il divario informativo si affronta su tutti i piani con una coraggiosa politica liberale, di apertura del mercato. Questo riguarda prima di tutto il Governo, che deve produrre una nuova legge quadro delle comunicazioni che crei in Italia le condizioni di un mercato televisivo che non c'è mai stato. Ma il tema riguarda tutti gli imprenditori italiani, la loro capacità di investire con intelligenza nel settore e guardare all’informazione come ad una parte significativa del patrimonio nazionale.
Orson Welles disse della televisione commerciale: "L'accendo quando esco di casa".
Proviamo ad accendere una televisione nuova. Forse proprio perché nell'Italia di oggi appare impossibile, vuol dire che ce n'è bisogno.

Il divario formativo

Il superamento del divide digitale e del divide informativo ha come condizione
indispensabile un grande cambiamento nei processi formativi.
Secondo lo Scoreboard 2001 dell’innovazione, reso noto dalla Commissione
europea, l’Italia è agli ultimi posti nella classifica europea, soprattutto per numero di laureati e di dottorati scientifici, per scarsità di finanziamenti pubblici alla ricerca, di investimenti alle imprese in innovazione, per numero di brevetti.
L'università italiana è entrata in una fase nuova, difficile, ma per molti versi positiva.
La riforma, con l'introduzione della "laurea breve" di 3 anni, quest'anno vede la sua ampia applicazione. Raggiungerà un obiettivo di civiltà: la riduzione del numero di studenti immatricolati al primo anno che, per vari motivi, non terminano i loro studi.
Si tratta di un problema tutto italiano, che danneggia il Paese limitando il numero di persone che hanno completato un corso di istruzione di livello universitario. Si tratta inoltre di un problema sociale, perché è grave danneggiare l'autostima di tanti giovani che, spesso incolpevolmente, non riescono a raggiungere un risultato, la laurea, fortemente desiderato.
La riforma, unita alla maggiore autonomia degli atenei che si è affermata in questi
anni, e alla concorrenza tra loro che ne è risultata, ha provocato il moltiplicarsi delle offerte formative. La fantasia italiana ha fatto il resto, e vi è stata una proliferazione di corsi di laurea – alcuni anche bizzarri e dalle potenzialità didattiche dubbie - nel tentativo di invogliare lo studente con proposte formaAppare evidente la necessità di un migliore collegamento tra il mercato del lavoro e l'università, in modo che i giovani possano orientarsi con maggiore facilità e possano studiare materie realmente utili per il futuro del Paese.
Ma il mercato non basta per raggiungere i risultati desiderati. Il Ministero
dell'Istruzione e dell'Università deve modificare il suo ruolo. Da gestore del sistema, deve diventarne il cervello, coinvolgendo le migliori menti del Paese in un'opera di guida nell'individuazione dei saperi necessari al mondo d'oggi, e dei metodi più avanzati per trasmetterli.
Tutto questo è cruciale, anche perché quello che insegniamo rappresenta quello che sappiamo fare. Quello che sappiamo fare rappresenta la nostra identità. Un Paese che non sa insegnare, è un Paese che non ha fatto fino in fondo i conti con se stesso.


Il divario delle reti


Così come non è civile e moderno un Paese che non dispone di una solida rete di
infrastrutture.
Noi non sappiamo più fare le infrastrutture. Siamo vittime di processi decisionali
inefficienti, e di un malinteso senso ambientalista. Alla sacrosanta tutela
dell'ambiente si sostituisce il veto come prassi politica. Alla progettualità
responsabile, le rendite politiche di chi ha il potere di veto.
L’Italia ha bisogno di grandi opere che dovranno essere concepite come nodi di una rete transnazionale. L’Italia dovrà tornare ad essere, nella sua armatura
infrastrutturale, quel territorio che mette insieme Europa e Mediterraneo, Occidente ed Oriente, Nord e Sud del mondo, utilizzando al meglio le vie naturali che possiede.
Sulla terra e sul mare.
Ad oggi, l’Italia ha pochissime infrastrutture tradizionali di questa natura. Sono poche le provincie italiane a possedere un indice di infrastrutturazione paragonabile al resto dell'Europa.
In vaste zone del Paese, le opere pubbliche hanno un costo esorbitante. Nel Sud sono state spese risorse ingenti per il capitale pubblico, e in misura di molto superiore alla quantità di infrastrutture che hanno prodotto. In ampie aree, il crimine organizzato ha contribuito a prosciugare risorse che dovevano essere vitali per il Paese, e che hanno invece iniettato linfa in attività di guerra contro lo Stato.
È necessario rendere più trasparenti i meccanismi per la realizzazione delle grandi opere. Bastano le risposte che sta dando il Governo? Temiamo che il DDL approvato in agosto sia improntato a un'ottica emergenziale e che non affronti il problema. Mentre è da rivedere l'intero processo decisionale per la realizzazione delle opere pubbliche, per garantire efficacia realizzativa ed efficienza nell'utilizzo delle risorse.
L'Italia del boom economico completò l'Autostrada del Sole in otto anni: l'Italia di
oggi avrà un futuro se saprà riguadagnare quel gusto del fare. Non vi è solo un
problema economico. Le strade romane e la conquista della Luna, prima ancora che l'economia, hanno fatto la storia. Le grandi opere sono le cose grandi che noi
sappiamo fare insieme. Attribuiscono significato a un'esperienza collettiva, sono la nostra identità per il futuro.
La nostra capacità di realizzare cose insieme rappresenta il futuro della nostra
esperienza nazionale. Sul futuro di questa esperienza nazionale, si fonda la nostra
prosperità futura.

Il divario del territorio

Ma c’è poi un divario infrastrutturale che divide in due l’Italia. La moderna questione meridionale nasce da questa distanza. Il Sud ha bisogno delle grandi reti per attrarre gli investimenti industriali, i grandi flussi turistici, per favorire e stimolare la mobilità.
La prima cosa da fare per il Sud sono giuste politiche nazionali per l’innovazione, la formazione, le reti.
La seconda necessità riguarda le strategie di sviluppo, che devono essere semplici ed efficaci, rafforzando ed estendendo sul territorio i poli di eccellenza già esistenti (dall’high tech in Campania e Sicilia, alle manifatture in Puglia e Basilicata) piuttosto che sprecando risorse attraverso nuove cattedrali nel deserto.
La terza esigenza, che bisognerebbe finalmente discutere senza ideologismi, riguarda il lavoro nel Sud.
La sfida delle produzioni a basso valore aggiunto, che puntano ad un basso costo del lavoro, è persa in partenza. Nel Sud il costo del lavoro è del 30% inferiore alla media euroepa mentre nei paesi dell’Est europeo è inferiore di 8-10 volte.
Bisogna annullare le distorsioni retributive al Sud. Qui un impiego pubblico risulta
mediamente più redditizio che al Nord, perché la retribuzione è identica, ma il costo della vita è più basso. Al Sud l’impiego pubblico è più redditizio di quello privato.
Questo frena in modo grave lo sviluppo di una mentalità imprenditoriale tra i giovani del Sud, e vizia i rapporti tra i cittadini e lo Stato.
L'Italia è più bloccata oggi di ieri. Non vi sono più, ne possono esservi, gli
spostamenti di popolazione degli anni del miracolo economico. Ma se le persone non si muovono tra Sud e Nord, allora devono modificarsi i salari. A meno di non volere difendere non i diritti dei lavoratori, ma la condanna alla disoccupazione. Un sindacato che non rappresenta gli interessi dei disoccupati del Sud, un sindacato in trincea, è un problema per il Paese. Il miracolo irlandese degli ultimi anni dovrebbe indicare che esiste una via diversa da cui un Paese nella sua interezza può trarre vantaggio.
C'è quindi un Sud e un Nord d'Italia. E c'è un Sud del mondo che ci entra in casa. Il DDL Maroni sull'immigrazione prevede una corsia preferenziale per gli italiani nelle nuove assunzioni, con il rischio di mettere gli uni contro gli altri, i disoccupati italiani contro quelli extracomunitari. Ma non risolvendo il problema, perché la disoccupazione italiana è principalmente nel Sud, mentre il lavoro, e la ricerca di lavoratori, sono al Nord.
Non possiamo continuare a trattare l'immigrazione come un'emergenza. Dobbiamo governare l'immigrazione. Troviamo soluzioni che considerino la domanda di lavoro che proviene dal mercato, e anche le compensazioni indispensabili verso chi è danneggiato dall'immigrazione.
Il tema del Sud è giusto che viva anche nell’appuntamento referendario di domenica prossima. Il federalismo, non dimentichiamolo mai, deve rispondere alle esigenze di tutto il paese.
Il federalismo è soltanto una delle grandi riforme che il Paese attende: ancora
attendiamo la nuova legge elettorale, la nuova amministrazione pubblica, la nuova
giustizia, la nuova Costituzione. Voteremo sì, domenica, coerenti con tanti anni di
impegno a favore delle riforme e con quanto dicemmo l’anno scorso qui a Capri. Ma siamo convinti che si tratti solo di un primo passo nella direzione giusta, perché al trasferimento di forti competenze amministrative dovrà corrispondere il
riconoscimento alle Regioni di un ruolo politico attraverso la creazione di una
Camera delle Regioni.
Il punto di fondo, in ogni caso, è non dar vita ad un federalismo fondato sulla
contrapposizione tra gruppi chiusi, sovrapposti, mossi soltanto da da interessi
particolari. L’unico federalismo utile è solidale, aperto, e non discriminatorio.


I giovani imprenditori e l’Italia

Globalizzazione, informazione, formazione, reti, Sud, lavoro, riforme: sono i capitoli
del nostro riformismo. Li discuteremo in questi due giorni, secondo un percorso
coerente e chiaro. Sarebbe sbagliato separarli, perché il mondo ci entra in casa con la globalizzazione, ma è qui ed ora che noi creiamo le basi per stare nel mondo. L'Italia è una piccola parte di questo mondo globale. Dalla Sicilia alle Alpi, il nostro spazio è a cavallo, incerto tra il centro e la periferia. Il nostro è uno spazio geografico modesto, ma è particolare e diverso dagli altri.
L'Italia è l'unico luogo dove più volte nella storia dell'umanità gli uomini hanno
inventato delle idee nuove valide per tutta l'umanità, e quelle idee hanno trovato la forza di realizzare. L'Italia, al centro del Mediterraneo, al centro degli scambi con l'Europa, è un luogo speciale, perché questa terra ha saputo generare dei messaggi di valore universale.
E' pensando a questo che noi oggi immaginiamo per il Paese una sorta di "mandato internazionale". Tra tante differenze, divisioni, disuguaglianze, ingiustizie, operiamo per il dialogo e per la comprensione. Mettiamoci al servizio di un’Europa veramente protagonista. Mettiamoci al servizio di un mondo nuovo che vuole crescere e che vuole ricacciare l'orrore del fuoco di New York.
Noi giovani imprenditori faremo la nostra parte. Svolgendo come sempre la nostra
funzione dialettica e di stimolo dentro Confindustria. Uno stimolo positivo, sincero, che non alimenta e mai alimenterà alcun conflitto interno. Ma che ha l’ambizione di portare linfa nuova in un sistema di cui ci sentiamo orgogliosamente parte e protagonisti.
È oggi sempre più necessaria un'Italia con meno divisioni. Un Paese più flessibile e con meno barriere allo sviluppo dei talenti e delle iniziative. Un'Italia dove i cittadini sono responsabili e si sentono sicuri delle loro possibilità e del loro futuro; dove c'è una classe dirigente adeguata e responsabile. E dove c'è un Governo che governa nel senso alto del termine. Oggi è indispensabile un Paese che sa fare i conti con se stesso. Un'Italia né terrorizzata né appagata, perché sino in fondo ha capito di disporre dei mezzi e della volontà per stare in un mondo globale.
Se capiremo questo, se faremo, qui ed ora, quanto è necessario e quanto noi siamo in grado di fare, raggiungeremo due grandi obiettivi. Faremo onore alla nostra tradizione e ai nostri giorni migliori, e faremo quanto necessario per essere
protagonisti nel nostro mondo.