Cari amici,
nel 1867 Marx pubblicava il primo volume
de "il Capitale" e cambiava la storia. I rapporti tra i protagonisti
del mondo del lavoro, tra capitale finanziario e capitale umano, sarebbero stati
irrimediabilmente influenzati da un'ideologia affascinante quanto intimamente
rigida.
Padroni contro sfruttati, una "guerra" che sarebbe durata
secoli.
Nel 1984 Martin Weitzman scrive "The Share Economy".
Propone un nuovo modello economico, che mira a sconfiggere disoccupazione e inflazione
mediante un nuovo tipo di remunerazione
del fattore lavoro: dal salario alla
retribuzione basata sull'andamento
dell'azienda. Quindi, "dall'alienazione
alla partecipazione" del lavoratore alle sorti dell'impresa.
La
terza via tra liberismo e socialismo
Tra la celeberrima opera di
Marx e quella semisconosciuta di Weitzman non c'è alcun legame, in apparenza.
Ma alla fine del millennio arriva, graduale ma inarrestabile, la globalizzazione.
Che riduce il "senso di estraneità" tra lavoratori e datori di
lavoro perché li costringe a collaborare in nome della competizione. Li
costringe a condividere l'obiettivo della loro azione quotidiana: il profitto
diventa semplicemente l'altra faccia della retribuzione.
Se n'era accorto
Marco Biagi. L'ultima parte del suo Libro Bianco sul Welfare è dedicata
alla prospettiva di una democrazia economica. Non l'utopia dottrinaria, tipica
di un documento pregevole ma destinato all'inutilità. Ma lo sbocco necessario
di una società sempre più libera, dinamica e flessibile.
Scriveva
Biagi: "l'esperienza comparata insegna che i sistemi di relazioni industriali
più partecipativi riescono a conferire maggiore competitività al
sistema produttivo
. si ottengono risultati incoraggianti sul piano del miglioramento
dell'efficienza organizzativa, riducendo le resistenze alle innovazioni tecnologiche,
supportando le decisioni manageriali con una maggiore legittimazione e coinvolgendo
i rappresentanti dei lavoratori in una logica di confronto". Credo sia proprio
questo l'aspetto più innovativo del Libro Bianco, e allo stesso tempo più
"temibile" per chi ancor oggi predica lo scontro sociale, la lotta di
classe.
L'economia della partecipazione è insomma la soluzione che
concilia la solidarietà tipica del modello sociale europeo con l'efficienza
richiesta dal mercato globale, è la "terza via" - come la chiama
Brunetta - tra liberismo e socialismo. Una via che accomuna filoni culturali e
"sentimenti" molto diversi tra di loro, dalla dottrina sociale della
Chiesa alla destra sociale, dal socialismo di inizio secolo al liberalismo italiano
di fine secolo. L'economia della partecipazione presuppone e determina, al tempo
stesso, la nascita di un nuovo modello di impresa, fondato sul valore del capitale
umano, di un nuovo modello di sindacato, non più pregiudizialmente antagonista
ma soggetto attivo dello sviluppo dell'impresa e della diffusione del benessere,
quindi di un nuovo modello di società.
La fine dell'antagonismo,
l'inizio della partecipazione
Il mondo del lavoro è forse l'ambito
nel quale più si avverte con disagio, oggi, la distanza tra vita quotidiana
e rappresentazione pubblica. Le profonde trasformazioni della produzione - e del
rapporto tra i fattori che la determinano - sembrano aver lasciato indietro il
modello delle relazioni industriali, tendenzialmente ancorato ad un'Italia "fordista"
che non c'è più. Renato Soru sostiene che il vero proprietario delle
net company è chi ci lavora, perché conoscenza e intelligenza sono
l'unico asset di queste aziende. In realtà in tutte le imprese che producono
beni e servizi è la qualità, quindi il fattore umano, a determinare
il successo.
Il tradizionale antagonismo datore di lavoro-lavoratore è
insomma un feticcio di cui liberarsi. Da una parte gli imprenditori chiedono oggi
ai dipendenti, in tutti i settori e a tutti i livelli, di vivere il lavoro non
semplicemente come l'offerta della propria forza intellettuale o manuale, ma come
condivisione di una mission aziendale. Dall'altra i lavoratori pretendono sempre
più trasparenza nella gestione della "loro" impresa: vogliono,
sempre di più, capire quale rotta stia seguendo il timoniere della barca
su cui si trovano.
La concertazione, che è stata decisiva per consentire
all'Italia di entrare nell'Europa della stabilità monetaria ed economica,
può essere oggi aggiornata e rivitalizzata nel segno della partecipazione,
per vincere le sfide dell'economia globalizzata.
Naturalmente, la share economy
non è un dogma da declinare in modo indiscriminato. La sua efficacia dipende
dai contesti produttivi in cui viene adottata e dalle forme prescelte.
La
profit sharing, ovvero il collegamento tra i risultati conseguiti dall'impresa
e la retribuzione dei suoi dipendenti, può costituire una
leva forte
verso una migliore gestione del capitale umano dell'azienda.
Numerose e accreditate
analisi internazionali, condotte fin dagli anni Settanta su imprese statunitensi
ed europee, dimostrano che la profit
sharing aumenta notevolmente la produttività
in azienda e diminuisce le
ore di sciopero. E determina - anche se costituisce
un dato difficilmente
misurabile - un aumento della qualità della vita
aziendale, che nasce da
una maggiore condivisione da parte del lavoratore
dei valori su cui si fonda l'impresa. L'esperienza applicativa di partecipazione
agli utili dei
dipendenti è assai significativa nelle economie avanzate.
Secondo una
ricerca Epoc, già nel 1996 la profit sharing era molto
diffusa in Francia,
dove veniva applicata nel 59% delle aziende, in Gran Bretagna
nel 38%
delle imprese, in Spagna nel 22%. In Italia le aziende interessate
erano
soltanto il 4%.
Anche le procedure di informazione e di consultazione
dei dipendenti - introdotte dalla normativa comunitaria - si sono dimostrate sul
campo strumenti migliorativi del rapporto tra datore di lavoro e lavoratori.
Molto diverse sono invece le valutazioni sulla power sharing, la condivisione
del potere in azienda. Si tratta di una prospettiva difficilmente adattabile alla
realtà italiana, al suo tessuto di piccolissime, piccole e medie imprese.
Lo è, in particolare, il modello di "cogestione" tedesco, che
prevede una partecipazione paritaria dei dipendenti nel consiglio di sorveglianza
delle aziende, a prescindere dal loro possesso azionario. Un modello nato in Germania,
subito dopo la seconda guerra mondiale, sulla base di interessi di tipo geo-politico
più che economico. Una eventuale power sharing in versione italiana rischierebbe
di bloccare l'attività delle imprese, a causa della "commistione"
tra interesse al profitto aziendale e interessi di categoria dei lavoratori, che
sarebbe deleteria per le imprese.
Verso il "federalismo"
dei contratti?
La profit sharing e più in generale le forme
di partecipazione non possono essere imposte per legge. L'adozione di questi modelli
deve avvenire soltanto laddove sia giustificato dalla logica economica. Strumento
fondamentale per l'avvio di una strategia della partecipazione è la contrattazione
aziendale - già prevista dagli accordi del luglio '93 - che finora ha avuto
applicazioni assai diverse a seconda della dimensione delle imprese. Secondo i
dati forniti dall'ultima relazione annuale del Governatore della Banca d'Italia,
nel settore industriale hanno adottato contratti aziendali la quasi totalità
delle aziende con più di 50 addetti, ma soltanto un terzo delle imprese
che occupano tra 20 e i 49 lavoratori. In parallelo, l'Istat rileva che nel 2001
la produttività delle aziende con meno di dieci addetti è stata
la metà di quella raggiunta dalle imprese con più di 250 dipendenti.
Spesso i piccoli imprenditori considerano il contratto aziendale un rischio, qualche
volta lo applicano, ma non alla luce del sole. E' l'effetto perverso dell'anomalia
tipica del mercato del lavoro in Italia: molto rigido nella regolazione formale,
molto flessibile nell'applicazione pratica, a causa del mancato rispetto di molte
delle regole contenute nelle leggi e nei contratti.
Probabilmente siamo tutti
vittime, imprenditori e lavoratori, di un "deficit culturale" come lo
definiva Marco Biagi.
Ciò che oggi sembra rivoluzionario domani sarà
la norma. Perché in realtà nelle piccole e medie imprese italiane
il rapporto tra "padrone" e lavoratore è già partecipativo:
lo è per necessità, per cultura, per interesse. Riteniamo necessaria,
dunque, una riforma degli assetti contrattuali che renda sempre più leggero
- tendenzialmente normativo
- il contratto nazionale, garanzia di uno zoccolo
duro di diritti e di doveri, e attribuisca maggior peso al contratto aziendale.
Sarebbe la naturale evoluzione dell'accordo del 1993. Da promuovere con meccanismi
di mercato: rendendo conveniente per le imprese l'uso del contratto di secondo
livello, magari con incentivi sul versante previdenziale. Una riforma di questo
tipo, sollecitata da numerosi organismi internazionali, renderebbe più
flessibile il mercato del lavoro, favorendo l'incontro tra domanda e offerta senza
toccare però i diritti dei lavoratori. Aiuterebbe il rilancio economico
e l'assorbimento della disoccupazione nel Mezzogiorno, che diverrebbe più
attraente per le imprese italiane e straniere. Infine consentirebbe al sindacato
di assumere un nuovo ruolo. Non più esclusivamente passivo, in trincea
a difesa dei diritti dei lavoratori, ma finalmente attivo, co-creatore di ricchezza
e benessere. Una svolta necessaria, in vista di una fine d'anno in cui nove milioni
di lavoratori pubblici e privati attendono il rinnovo dei loro contratti.
Crediamo sia sbagliato, invece, puntare sulla creazione di un terzo livello contrattuale,
sia esso provinciale o regionale, alternativo o sostitutivo rispetto alla contrattazione
aziendale. La contrattazione territoriale può creare diseconomie evidenti,
per diverse ragioni.
Porterebbe infatti a definire un incremento salariale,
frutto della media tra aziende con produttività e redditività completamente
diverse tra di loro. Inoltre in un'Italia caratterizzata da uno sviluppo a macchia
di leopardo, nella quale nel giro di pochi chilometri si alternano - soprattutto
nel Mezzogiorno - zone ad alta intensità industriale e aree depresse, causerebbe
una dannosa competizione al rialzo tra territori vicini ma con caratteristiche
disomogenee.
Il deficit di democrazia economica
La
contrapposizione tra capitale e lavoro, che continua a dominare la nostra vita
politica, economica e sociale, è solo uno dei numerosi deficit di innovazione
che gravano sulle prospettive di sviluppo del nostro Paese. Esiste un filo rosso
che unisce la rigidità del mercato del lavoro e degli assetti contrattuali,
la scarsa apertura dei mercati dei servizi a rete, l'asfitticità della
Borsa di Milano. E' la mancanza di una compiuta democrazia economica.
Democrazia
economica significa per noi diffusione dei benefici del mercato e della cultura
d'impresa alla platea più ampia possibile di soggetti. E tra i suoi parametri
più significativi occupano un ruolo
centrale gli effetti provocati
dal processo di privatizzazione, che costituisce uno degli eventi principali della
storia economica del
Novecento. E' stato calcolato che dal 1977 al 1999 su
scala globale
siano state realizzate più di 2500 operazioni di questa
natura, per un controvalore di circa 1.100 miliardi di dollari.
Le
privatizzazioni in Italia: la vittoria della "cassa", la sconfitta del
mercato
Il graduale abbandono da parte dello Stato del ruolo di
imprenditore è avvenuto, con grande intensità, anche in Italia.
Il nostro Paese detiene il record di incassi in Europa per le privatizzazioni
realizzate nell'ultimo decennio: circa 235.000 miliardi di vecchie lire, il 12%
del Pil al netto dell'indebitamento trasferito.
Ma la vittoria della cassa
non deve farci dimenticare la sconfitta del mercato. Nell'ambito dei servizi a
rete, l'unico settore in cui l'Italia possa vantare l'esistenza di un mercato
realmente concorrenziale è quello delle telefonia. Decisivi in tal senso
si sono rivelati l'adozione in parallelo di politiche di privatizzazione del monopolista
pubblico e di liberalizzazione del mercato, il ruolo attivo dell'Authority - che
ha stimolato gli operatori a continui tagli delle tariffe - nonché il funzionamento
della legge Draghi, che ha consentito la tutela di tutti gli azionisti e una piena
contendibilità dell'ex monopolista.
Completamente diversa è
la situazione dei mercati delle altre public utilities. Le tariffe dell'elettricità
sono le più alte d'Europa, per quelle del gas siamo al secondo posto e
la situazione non è molto differente - in media - negli altri servizi a
rete. Il blocco delle tariffe appena deciso dal governo è solo un palliativo
temporaneo, che agisce in una logica di distorsione del mercato.
Eppure il
Libro Verde del 1992, nel delineare gli obiettivi della stagione di dismissioni
che stava per aprirsi, citava "l'esigenza di un significativo incremento
di efficienza, di una maggiore concorrenza dei mercati dei prodotti, di una più
intensa proiezione delle imprese verso l'economia mondiale, di diffondere l'azionariato
tra i risparmiatori".
L'urgenza di generare risorse da destinare all'indebitamento
veniva presentato come un traguardo secondario. Peccato sia stato proprio
questo l'unico, vero obiettivo raggiunto!
Nel processo di privatizzazioni
italiane l'ottica del ragioniere ha prevalso su quella del politico. I conti pubblici
ne hanno tratto grande giovamento, ma è stata totalmente trascurata la
capacità di crescita del sistema-Italia. I nostri mercati non sono stati
aperti alla concorrenza, con danni evidenti per i consumatori, imprese e famiglie.
Al tempo stesso, non è stato favorito l'adeguamento dimensionale delle
nostre imprese alle sfide della competizione globale. Non a caso l'unico gigante
che l'Italia possa vantare nel panorama internazionale, l'Eni, è ancora
parzialmente in mano pubblica.
In realtà, l'individuazione di tanti
obiettivi - alcuni dei quali incompatibili tra loro - inficiava alla radice la
possibilità di rispettare quella previsione. Perseguire l'obiettivo della
cassa, in particolare, vuol dire dare priorità tra gli acquirenti all'azionista
o al gruppo di azionisti che siano disposti a pagare un premio consistente per
il controllo dell'impresa, in cambio - magari - dell'impegno a preservare in qualche
misura la posizione dominante sul mercato dell'azienda privatizzanda.
Un caso
esemplare di insuccesso è rappresentato dal mercato dell'energia. Nel nostro
Paese paghiamo l'elettricità in media il 50% in
più dei francesi,
il 40% in più degli inglesi, il 30% in più dei tedeschi. E
il
confronto ci vede ancor più in difficoltà rispetto alla qualità
del servizio offerto: le interruzioni di corrente elettrica sono tre volte superiori
rispetto a quanto accade in Francia, quattro volte rispetto a Germania e Gran
Bretagna. In più - come ha segnalato nell'ultima relazione annuale il Presidente
dell'Autorità per l'Energia Ranci - risulta bloccato il processo di ammodernamento
delle centrali, in quanto "l'efficienza energetica media è ancora
ferma ai livelli di cinque anni fa".
Questi dati sono il frutto, inevitabile,
degli errori compiuti nelle politiche di settore. Nel campo dell'energia - tra
i più rilevanti dal punto di vista strategico - l'Italia non ha saputo
difendere il suo "interesse nazionale". Non ha reso efficiente il mercato,
liberalizzandolo dal lato dell'offerta, né ha diversificato le sue fonti
come la Francia, per diminuire la rischiosa dipendenza dal petrolio.
Avviare
un'azione di privatizzazione in assenza di una liberalizzazione del mercato comporta
gravi rischi, e viceversa. Le privatizzazioni non sono una scorciatoia alla liberalizzazione.
In particolare, solo una regolamentazione che tenda a separare la produzione dalla
gestione della rete nell'ambito della filiera delle public utilities - supportata
da un efficiente funzionamento dell'Autority di settore nella definizione delle
tariffe d'uso della rete - può garantire la nascita di competizione sul
mercato, ovvero tariffe più basse e qualità migliore. Ma contrariamente
al parere espresso dalle Autorities, il governo ha deciso di consentire all'Enel
il mantenimento della proprietà comune delle attività di produzione
e di trasmissione. In questo modo l'azienda, per due terzi ancora di proprietà
statale, può continuare legittimamente ad esercitare comportamenti discriminatori
nei confronti delle aziende rivali, impedendo di fatto un pieno sviluppo della
concorrenza.
Inoltre, soltanto una reale privatizzazione potrebbe eliminare
il conflitto attualmente in capo allo Stato, tra l'interesse dello Stato-azionista
e quello dello Stato-regolatore.
Le nuove privatizzazioni, nell'interesse
del consumatore
Dopo quasi dieci anni di grandi dismissioni, il
2001 ha segnato una battuta d'arresto del processo di privatizzazione, facendo
registrare l'incasso più basso dal 1993.
Il Dpef ha indicato tra gli
obiettivi del governo la privatizzazione, entro poco più di un anno, di
asset statali per 20 miliardi di euro. Ma la logica che ispira il piano sembra
non essere mutata. Nel documento di programmazione economico-finanziaria non si
fa cenno a strategie di
politica industriale che ridisegnino i confini tra
pubblico e privato.
Nettamente sottovalutata dai media e dall'opinione pubblica
è la questione, cruciale, della privatizzazione delle aziende municipalizzate
nel settore dei servizi pubblici locali. E' necessario che il governo si occupi
in modo organico del tema, definendo un chiaro indirizzo di politica industriale
affinché le ex municipalizzate, trasformate in spa non nascondano - sotto
la veste giuridica di società miste pubblico-privato - nuove pratiche di
lottizzazione o comunque di condizionamento politico nella gestione dei servizi.
La recente riforma, introdotta dall'articolo 35 della legge finanziaria 2002,
non appare sufficiente ad aprire alla concorrenza i mercati dei servizi pubblici
locali. In particolare, ripetendo l'errore già compiuto a livello nazionale
nella liberalizzazione del settore energetico, la nuova normativa non prevede
in via generale la separazione tra gestione della rete ed erogazione del servizio.
Separazione essenziale per favorire la competizione tra operatori. Inoltre le
regole fissate per la gestione dei Servizi Confindustria Bergamo si traducono in una privatizzazione
di monopoli pubblici, volta a favorire l'economicità e l'efficienza delle
gestioni, ma che certamente non apre i vari mercati al gioco concorrenziale.
Le liberalizzazioni, driver dello sviluppo
Come afferma
nella relazione 2002 il Presidente dell'Autorità Antitrust Giuseppe Tesauro,
"esiste una stretta correlazione tra il grado di liberalizzazione dei mercati
di un Paese e la sua capacità di sviluppo economico": lo rivela il
dinamismo mostrato negli ultimi anni da Gran
Bretagna e Irlanda, "in
larga parte risultato di un'impostazione più decisamente pro-concorrenziale
delle rispettive politiche economiche".
Il nostro Paese, nonostante i
passi in avanti compiuti negli ultimi anni, è ancora molto indietro nella
corsa globale alla "liberazione" di risorse e capacità. Tutti
gli indici internazionali sono impietosi nei nostri confronti. Tra le più
accreditate la classifica del Fraser Institute, che colloca il nostro Paese al
38° posto su 58 Paesi: in particolare, l'Italia è in 42° posizione
quanto a libertà d'attività economica e addirittura al 54° posto
per rigidità del mercato del lavoro. Ancor meno confortante l'esito della
rilevazione compiuta annualmente dal Centro Einaudi: l'Italia occupa il 14°
posto sui 15 Paesi dell'Unione Europea considerati rispetto al grado di libertà
economica.
Dopo aver trascorso gli anni '90 a discutere appassionatamente
dell'antinomia pubblico-privato, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sull'antinomia
tra mercati chiusi, in condizioni di monopolio
o di oligopolio, e mercati
aperti. La mancanza di concorrenza è infatti il vero nemico dello sviluppo.
Una Finanziaria "miope"
Ci saremmo aspettati
segnali concreti in questa direzione nell'ambito della Finanziaria 2003. In una
situazione di oggettiva difficoltà per i conti pubblici - e di necessario
rigore nei rapporti finanziari tra Stato ed enti locali - proprio le privatizzazioni
a livello locale potevano rappresentare il salvagente cui aggrapparsi per reperire
risorse, senza minare il "federalismo fiscale" già avviato. Per
esempio, prevedendo incentivi che spingessero i Comuni a vendere - sulla base
di un preciso progetto industriale - aziende municipalizzate e immobili.
Quella
appena varata ci sembra una Finanziaria "miope", che guarda al futuro
con le lenti del passato. Una manovra ricca di provvedimenti una tantum, che punta
tutto sul ritorno di una congiuntura favorevole a livello internazionale. Ma nessuno
può ragionevolmente prevedere, oggi, quando avverrà questo ritorno.
Non vorremmo che l'attesa si trasformasse in un'Odissea, nel quale il governo-Penelope
sia costretto a fare e disfare mille volte la sua tela in attesa del novello Ulisse!
Da tempo la Commissione Europea segnala al nostro governo l'inutilità di
misure di corto respiro. La differenza tra provvedimenti strutturali e misure
una tantum - chiosava qualche mese fa il commissario europeo alle Finanze Pedro
Solbes - "è la stessa che c'è tra il bilancio di una persona
che per mangiare può contare sullo stipendio fisso, e quello di un'altra
che invece è costretta a vendersi i mobili di casa".
Non ci hanno
mai convinto le politiche fondate sui condoni. Negativi sotto il profilo etico,
perché premiano solo i furbi e disincentivano la legalità. Incerti
e limitati negli esiti economici, come dimostrano i precedenti italiani nonché
numerosi studi internazionali in materia. Infine, motivare esplicitamente la previsione
di un condono con esigenze di cassa genera l'aspettativa di ulteriori condoni
in futuro, e quindi riduce tendenzialmente gli effetti di quello attuale.
E il Sud? Al di là del tentativo di razionalizzare gli strumenti di spesa,
il Mezzogiorno scompare in questa Finanziaria. Eppure, il Dpef di giugno prevedeva
una crescita del suo Pil pari al 4% l'anno! La realtà, purtroppo, è
molto diversa.
Sembra di essere tornati ai tempi in cui si riteneva che il
sotto-sviluppo del Mezzogiorno fosse solo un problema di chi vive e opera in quell'area.
L'equilibrio tra rigore e sviluppo, che il governo ha scelto come sintesi della
sua Finanziaria 2003, dovrebbe far pendere l'ago della bilancia proprio dalla
parte del Mezzogiorno. Perché se i mercati del lavoro del Nord sono in
gran parte saturi, al Sud oggi vivono un terzo degli italiani ma due terzi dei
disoccupati. Perché lo stesso Patto per l'Italia prevedeva di concentrare
gli interventi per lo sviluppo nell'Italia meridionale e insulare.
E' necessario
inoltre battersi in sede comunitaria per riproporre -
e far accettare - una
differenza sostanziale di imposizione fiscale e
previdenziale per le imprese
che investono al Sud, considerandola come
il primo passo verso un regime finanziario
più amichevole verso le imprese in tutta Italia.
Infine riteniamo delittuoso
il mancato utilizzo dei fondi stanziati
dall'Unione Europea per lo sviluppo
delle aree depresse. Una piaga
cronica, questa, che chiama in causa soprattutto
l'inefficienza progettuale degli enti locali. Perché non istituire allora
una task force per il Mezzogiorno, che definisca obiettivi da raggiungere e step
verificabili, con l'obiettivo di usare appieno i fondi di Agenda 2000?
Da
un governo stabile, che ha conquistato la fiducia degli italiani con un programma
di ampio respiro, ci aspettiamo d'ora in poi più coraggio e più
realismo. Realismo vuol dire comunicare in modo chiaro la situazione di difficoltà.
Le variabili fondamentali non sono sotto il nostro controllo, sono questioni di
economia e politica internazionale, dunque le difficoltà non sono imputabili
al governo in carica.
Ma una volta divenuta evidente a tutti la situazione
critica, il realismo impone di costruire insieme alle parti sociali un calendario
diazioni ad effetto strutturale, da realizzare nei prossimi mesi con obiettivi
definiti, tempi precisi e step intermedi. Soltanto così si ricrea un clima
di fiducia, tra gli imprenditori, i lavoratori, i risparmiatori.
Purtroppo,
è accaduto esattamente il contrario. Con un decreto-legge-
ovviamente
legittimo da parte di un governo, ma incoerente con
dieci anni di concertazione
e di dialogo - l'esecutivo ha privato le
imprese di almeno quattro miliardi
di euro. Non sono state danneggiate
solo le grandi imprese, come si è
voluto far credere, ma le imprese di
ogni tipo, nel complesso almeno 180 mila.
Per molte aziende, che avevano già programmato investimenti sulla base
degli sgravi che sono stati aboliti, vuol dire rinunciare a quegli investimenti
e ai nuovi posti di lavoro che ne sarebbero derivati. Il governo ha fatto cassa
oggi, rischiando di non trovarsi più la cassa domani.
Avere più
coraggio vuol dire aggredire l'economia dell'incertezza, dove crisi economica,
crisi di fiducia nei mercati e crisi geo-politiche si sommano e si alimentano
a vicenda.
Sono due le azioni, di portata storica, che ora ci attendiamo da
un
governo così solido nella sua maggioranza parlamentare. Il 2003
è un
anno privo di scadenze elettorali, l'anno migliore per agire senza
il
condizionamento dei sondaggi. E lo slittamento al 2006 dell'obbligo di
pareggio del bilancio fissato dal Patto europeo di stabilità, è
un'occasione probabilmente irripetibile.
La prima è la riforma del
sistema pensionistico. Occorre sfatare, anche in questo campo, i falsi miti. L'abolizione
delle pensioni d'anzianità porterebbe sì benefici immediati ma non
risolverebbe il problema strutturale, non "sgonfierebbe" l'ormai celebre
gobba previdenziale che ci attende entro il 2010. Tra sei anni, quando la riforma
Dini andrà a regime, le pensioni d'anzianità scompariranno definitivamente.
Si tratta dunque di un problema importante a breve termine, ma in prospettiva
assolutamente marginale.
L'unica vera soluzione della questione-previdenza
è allungare subito l'età pensionabile. La spesa previdenziale rappresenta
in Italia il 14% del Pil e il 40% delle spese primarie correnti delle amministrazioni
pubbliche: in entrambi casi, è il record comunitario. Dovuto non al fatto
che le nostre pensioni sono più consistenti di quelle dei partners europei,
ma che sono troppi a fruirne. Anche chi potrebbe tranquillamente continuare a
lavorare: nel 2001 il tasso di attività dei lavoratori fra i 55 e i 64
anni è stato nel 2001 del 28%, contro il 52,3% del Regno Unito.
Nel
riformare la nostra previdenza, abbiamo un punto di riferimento europeo: gli accordi
di Lisbona. Obiettivo di medio-lungo termine è fissare l'età pensionabile
a 65 anni. Ma nell'immediato, il solo slittamento in avanti di un anno avrebbe
effetti significativi sui conti pubblici. Una riforma, con partenza immediata
anche se graduale nell'applicazione, consentirebbe soprattutto di riprogettare
il welfare italiano in chiave di modernizzazione e di equità, evitando
che le prossime generazioni paghino le "spensieratezze" dell'attuale.
Senza attendere che sia l'Unione Europea ad imporcelo.
E' necessario, in secondo
luogo, rilanciare le grandi opere infrastrutturali. Naturalmente non si tratta
di riprodurre lo stesso modello di sviluppo che ha caratterizzato le politiche
economiche italiane degli anni '50 e '60. Allora la spesa in opere pubbliche veniva
usata - secondo le dottrine keynesiane - come moltiplicatore del reddito attraverso
la riduzione della disoccupazione. Oggi le infrastrutture rappresentano un fattore
strategico di competitività, all'interno di un sistema economico impostato
su una logica di rete. Nell'epoca del mercato globale infrastruttura è
sinonimo di
integrazione. E solo chi è integrato sopravvive e accresce
il suo livello
di sviluppo e di benessere.
In quest'ottica riteniamo decisivo
per la competitività del nostro Paese ingaggiare una battaglia diplomatica,
a livello comunitario, che abbia nel mirino due obiettivi. Il primo è quello
di scomputare gli investimenti in infrastrutture - sia materiali che immateriali
- dal calcolo del rapporto deficit-Pil, ai fini del rispetto del Patto di stabilità.
Come Giovani Imprenditori pensiamo che proprio nei momenti difficili sia necessaria
una certa dose di flessibilità, che consenta agli investimenti di riprendere
fiato, senza correre il rischio di aggirare le regole. È per questo che
sosteniamo un'interpretazione "intelligente" del Patto di stabilità,
che dia la possibilità anche ai Paesi fortemente indebitati - come il nostro
- di investire per le generazioni future.
Il secondo obiettivo riguarda un
tema-fantasma: la nascita - prevista dagli accordi di Barcellona per il 2010 -
di una grande area di libero scambio che unirà i Paesi del Mediterraneo.
Un tema che non infiamma le platee né anima i dibattiti dei salotti televisivi,
ma è decisivo per il futuro del sistema-Italia. Decisivo soprattutto per
il futuro del Mezzogiorno e dei suoi imprenditori, candidati "naturali"
ad assumere un ruolo di leadership nell'apertura dei mercati del Sud del mondo.
Del resto l'Europa ha bisogno di allargare i mercati di destinazione dei suoi
prodotti, ha bisogno di manodopera e di cervelli: a due passi, ha un mercato aggiuntivo
di oltre 250 milioni di consumatori, in rapidissima crescita.
La creazione
dell'area euromediterranea risponde agli interessi strategici del nostro Paese
e del Mezzogiorno anche perché, bilanciando l'allargamento ad Est dell'Unione
Europea, diminuisce la perifericità
dell'Italia rispetto al nuovo baricentro
che va creandosi in Europa
centrale.
L'Italia è felicemente collocata
al centro del Mediterraneo, dunque, ha un vantaggio competitivo rispetto ai partners
europei. Ma non è sola. La Spagna, ma soprattutto i Balcani - dove è
sempre più forte l'influenza della Germania, nonché l'interesse
dei Paesi del Centro Europa che stanno entrando nell'Unione - sono le due alternative
possibili. Per non perdere questa straordinaria opportunità l'Italia deve
battersi perché sia realizzata una rete di infrastrutture trans-mediterranee
- finanziata dalla Banca Euromediterranea, creata dal vertice di Barcellona -
di cui si orrebbe automaticamente al centro. Ne ha assoluto bisogno, in particolare,
il Mezzogiorno. Se per volare dalla Calabria a Casablanca devo fare scalo a Malpensa,
la vicinanza con la sponda Sud del Mediterraneo rimane un mero dato cartografico.
L'impresa della responsabilità, le regole del valore Negli ultimi mesi
sembra però esser venuto meno un elemento, senza il quale qualsiasi scenario
economico perde di significato. E' la fiducia nella bontà del mercato e
dei suoi meccanismi di auto-regolazione.
Siamo stati colpiti in profondità
dagli scandali americani. Ne hanno risentito non solo le nostre Borse, i nostri
investimenti, indirettamente i nostri conti pubblici. Ma anche, più ampiamente,
la nostra adesione incondizionata alle "sorti magnifiche e progressive"
del capitalismo anglosassone, a quel mix di merito, rischio e responsabilità
che ci sembrava il miglior esempio che il mondo dell'economia potesse offrire.
Un'indagine condotta a fine giugno da Edelman Worldwide su un campione di opinion
leaders europei e statunitensi rivela che l'86% degli europei e il 37% degli statunitensi
ha poca o nessuna fiducia nei mercati finanziari.
Nessuno può dire
dove e quando finirà questa discesa agli inferi.
"In determinate
epoche si è costretti a ripercorrere tutto il circuito delle
follìe
per far ritorno alla ragione" scriveva Benjamin Constant. L'unica
certezza
è che la ragione tornerà: siamo di fronte non alla fine del
capitalismo, come profetizza qualche mago di sventura, ma - verosimilmente - ad
un suo nuovo inizio, ad una sua profonda e salutare mutazione.
C'è
solo una strada che porta alla "rinascita": promuovere un'etica della
trasparenza, in cui la responsabilità divenga l'arma esclusiva in mano
all'impresa per avere successo sui mercati. I Giovani imprenditori credono fermamente
che l'instabilità talvolta "irrazionale" delle Borse, l'erosione
del rapporto di fiducia tra investitori e imprenditori - su cui si fonda il grande
gioco del mercato - possano essere combattuti soltanto dando avvio ad una vera
e propria
rivoluzione culturale. I primi "rivoluzionari" dovremo
essere noi, chi fa
impresa ogni giorno: comprendendo fino in fondo il valore
di una
comunicazione corretta, di comportamenti trasparenti e rispettosi del
rapporto di fiducia con gli stakeholders. Ma la diffusione di un'etica
della
trasparenza va aiutata. Crediamo sia compito del legislatore e
delle istituzioni
finanziarie predisporre meccanismi sanzionatori che
fondino la loro efficacia
sulla reputazione dei soggetti che operano sui
mercati.
Oggi, di fronte
alla crisi di fiducia e di trasparenza dei mercati, il
nostro Paese può
seguire una strada autonoma. Il caso Enron non può
essere soltanto
motivo di malcelato compiacimento dei guai altrui,
supportato da analisi sulla
presunta "invulnerabilità" del capitalismo
italiano. Deve
essere l'occasione, politicamente assai favorevole, per
introdurre presidi
più forti di governo societario e di trasparenza.
Ma bisogna evitare
di sbagliare strada. In America la reazione
pubblica agli scandali e alla
successiva crisi di fiducia è stata
impressionante per rapidità,
sotto il profilo dell'attivismo legislativo e
regolamentare. Tanta velocità
è figlia anche del rapporto strettissimo tra
famiglie e mercati: negli
Usa oltre la metà delle famiglie possiede
azioni nei propri portafogli,
mediante partecipazione diretta in società
quotate o più spesso
attraverso il possesso di quote dei fondi pensione.
La proprietà azionaria
è tre volte più diffusa che nel nostro Paese.
Il modello sanzionatorio
americano non è importabile in Italia.
Mal si adatterebbe ad un sistema
economico nel quale l'azionista spesso
coincide con il manager, o comunque
lo "controlla" in modo più forte e
più continuo. Meglio
valorizzare l'autoregolamentazione e rafforzare
ulteriormente il codice di
autodisciplina, che ha già subito di recente
apprezzabili modifiche.
Se dotate di un valido meccanismo di enforcement, questo tipo di
regole risultano
mediamente più efficienti di quelle di origine statale,
perché
nascono da chi conosce e pratica il mercato, perché sono dotate
di
un più alto grado di flessibilità, perché sono più
condivise da chi le
applica. Chi crede nel mercato deve privilegiare il mercato
stesso come
motore delle riforme: è piuttosto illusorio affidarsi solo
alla legge
penale. Anche perché gli investitori, grandi e piccoli,
dopo essere stati
scottati dai tracolli americani indirizzeranno naturalmente
i loro
investimenti verso le società che garantiscono regole di governance
migliori.
Il 100% delle aziende del Mib 30, del Midex e del Nuovo Mercato
ha adottato il codice Preda. La situazione è però molto diversa
per quanto riguarda le società non quotate, meno incentivate all'applicazione
del codice e meno facilmente censibili. Secondo un sondaggio realizzato dall'Ispo
nei primi mesi del 2002, soltanto il 23% delle aziende italiane applicano interamente
o in modo significativo le "buone norme" del codice di autodisciplina,
mentre la metà delle nostre aziende non ha mai neanche preso in considerazione
queste indicazioni.
E' necessario, dunque, individuare meccanismi di premio-sanzione
che favoriscano l'applicazione del codice Preda. Sono numerose, ad esempio, le
imprese che applicano solo parzialmente il codice. Tra le modifiche da introdurre,
nell'ambito di un secondo round di revisione, potrebbe rivelarsi importante l'obbligo
per le aziende di dichiarare le ragioni della mancata applicazione di alcune prescrizioni.
L'impresa della responsabilità non deve far dimenticare, tuttavia, le regole
del valore.
E' evidente il declino delle imprese italiane di fronte alla concorrenza
globale: l'azionariato "protetto" nel tranquillo mercato domestico non
è più proteggibile nella giungla internazionale. Solo cinque imprese
italiane compaiono nella classifica Fortune 500, contro 10 della Corea, 20 della
Gran Bretagna, 30 della Francia, 150 degli Stati Uniti.
A livello internazionale
è molto diffusa la convinzione che la public company, come la democrazia,
rimanga con tutte le sue imperfezioni il sistema migliore per garantire lo sviluppo
delle aziende e far partecipare equamente gli investitori alla ricchezza prodotta.
Stime accreditate segnalano addirittura una crescita del sistema anglosassone
quattro volte più veloce rispetto alla media dell'economia mondiale.
L'approccio italiano è molto diverso. Per capirne la ragione, basta mettere
a confronto le caratteristiche del controllo delle società per azioni in
Italia e - senza scomodare gli Usa - negli altri Paesi dell'Unione Europea. Nel
nostro Paese le famiglie controllano il 51% delle Spa, contro il 27% della Francia,
il 17% della Germania e solo il 13% della Gran Bretagna. Gli investitori istituzionali,
d'altro canto, controllano il 36% delle Spa in Inghilterra, il 13% in Germania
e solo il 4% in Italia.
In un sistema economico che si fonda sulla piccola
e media impresa familiare si ritiene che la minor capacità di sviluppo
di quest'ultime sia bilanciata da una maggiore stabilità rispetto al modello
anglosassone. "Pregi e difetti dei due sistemi - ha affermato di recente
il Presidente della Consob Spaventa - sono in qualche modo speculari".
Non abbiamo giganti, siamo locali in un mondo globale. Abbiamo però solide
imprese familiari che tengono alto in tutto il globo il vessillo del made in Italy.
Sono imprese che operano in settori di dimensioni non troppo grandi - come elettrodomestici,
moda, occhiali, alimentare. I nostri imprenditori rimangono esclusi invece dai
settori industriali e dei servizi che richiedono capitali enormi per crescere,
come quello automobilistico, delle tlc, della chimica e dell'energia. In ogni
caso, le nostre imprese - soprattutto quelle quotate - non possono ignorare problemi
e soluzioni possibili emerse dalle analisi seguite ai gravi scandali americani.
Riteniamo essenziale, anzitutto, modificare il ruolo dei Cda, i cui consiglieri
troppo spesso svolgono oggi funzioni di "vidimazione formale" o di lobbying.
L'incarico di consigliere, in Italia come in tutti i Paesi del Sud Europa, tende
ad essere troppo spesso il riconoscimento di meriti passati o la premessa di futuri
vantaggi: al rispetto formale dei codici di autodisciplina non corrisponde sempre
un'effettiva indipendenza e competenza di tutti i consiglieri.
Il Cda deve
riappropriarsi del ruolo di "principal", svolgendo funzioni reali di
indirizzo e di controllo. In particolare, fornendo al management direttive in
materia di corporate strategy, monitorando le performance economico-finanziarie
dell'impresa, orientando il comportamento dei manager in direzione degli obiettivi
degli azionisti.
Ne consegue la necessità di ridefinire i criteri di
composizione dei Cda,
nell'ottica dell'indipendenza e soprattutto della specializzazione
tecnico-funzionale.
Inoltre, gli scandali d'oltreoceano rendono evidente
la necessità di disposizioni legislative che eliminino sul nascere la possibilità
di conflitti d'interesse in capo alle società di revisione, separando le
funzioni di consulenza da quelle di contabilità.
Più ampiamente,
al processo di integrazione finanziaria che coinvolge i Paesi dell'Unione Europea
non è corrisposto, finora, un adeguato sviluppo della normativa comunitaria
in materia. Manca, soprattutto, una disciplina europea sulle operazioni pubbliche
d'acquisto. Chiediamo che il governo italiano sostenga con forza il secondo tentativo
di emanare una direttiva in materia, dopo il clamoroso fallimento comunitario
del giugno 2001, perché solo in questo modo si ripristinerebbe una par
condicio tra aziende estere che operano in Italia, "beneficiando" delle
regole aperte della legge Draghi, e le imprese italiane che operano all'estero,
dove spesso sono bloccate da barriere "nazionalistiche".
Inoltre,
crediamo che l'Unione Europea possa assumere un ruolo di leadership nel mondo
sul versante della corporate social responsability, incentivando la diffusione
di comportamenti socialmente responsabili tra le nostre imprese, come bilanci
sociali e marchi di qualità. I Giovani Imprenditori sono convinti che solo
lo sviluppo armonico - esaltazione del lavoro come valore in quanto sintesi tra
rispetto dell'ambiente e tutela della centralità dell'individuo - possa
garantire ricchezza duratura alle nostre imprese e alle nostre società.
La società della partecipazione
I Giovani Imprenditori
non credono che "la mano invisibile di Adam Smith sia stata amputata",
come ha affermato qualche autorevole commentatore nostrano. Non c'è alternativa
credibile al mercato e alla libertà d'iniziativa economica. Sono svaniti,
piuttosto, i sogni di arricchimento facile, le assurde teorizzazioni di un'economia
finanziaria che potesse vivere senza quella reale. Oggi è necessario volgere
gli "spiriti animali" verso un'etica della trasparenza che autorigeneri
il mercato, evitando di imbrigliarlo con "invasioni di campo" della
legge e di ammazzare così il paziente malato.
Di fronte alla crescente
instabilità dei mercati internazionali così come delle relazioni
tra Nord e Sud del mondo, l'Europa e l'Italia hanno sempre più bisogno
di politica e sempre meno di tattica. Hanno bisogno di strategie che includano
anziché escludere, che integrino piuttosto che alzare barriere.
L'immensa
sfida dei prossimi anni è costruire la società della partecipazione.
Nel giugno scorso, a Santa Margherita Ligure, abbiamo
alzato il velo sulla
grande ipocrisia che regge oggi l'ordine mondiale.
Un ordine globale, che
da una parte movimenta non solo capitali, merci e tecnologie ma anche e soprattutto
uomini, spingendoli in terre dove non sono nati, dall'altra pone barriere che
l'economia, oltre che l'etica,
rende ingiustificabili. Questi uomini cercano
l'inclusione, trovano l'esclusione.
Gli immigrati di Santa Margherita Ligure
sono i consumatori, i risparmiatori, gli investitori, gli imprenditori di Capri.
Esclusi dal benessere i primi, esclusi dai benefici del mercato i secondi. Una
società e un'economia che lasciano fuori da sé gran parte dei cittadini
sono destinate a non reggere, di fronte alle crisi della ragione e del dialogo.
A lungo termine, sono insostenibili.
Se n'erano accorti, molti anni fa e forse
tra i primi in Italia, proprio i Giovani Imprenditori. Qualche giorno fa ho scoperto,
con stupore prima ed una certa emozione mentre leggevo, un numero di Quale Impresa
- la storica rivista del nostro Movimento - del gennaio 1976 dedicato al tema
della "democrazia industriale". Era l'epoca, non a caso, di Piero Pozzoli.
I "suoi" Giovani Imprenditori dibattevano appassionatamente, in un momento
di altissima conflittualità sociale, di come rinnovare profondamente le
relazioni industriali nel segno di un maggior coinvolgimento dei lavoratori nei
risultati e nei valori dell'impresa. Abbattendo le barriere, rinunziando alla
difesa del privilegio, aprendosi al futuro.
Oggi noi cerchiamo di raccogliere
quel testimone. Per chiedere al ceto dirigente del nostro Paese di condividere
una visione. Quella di una società dove si realizzi finalmente ciò
che aveva profetizzato migliaia di anni fa Aristotele: "cittadino è
colui il quale è capace di essere governato e di governare ad un tempo".
Nel terzo millennio, il cittadino è insieme consumatore, risparmiatore,
imprenditore di se stesso o anche degli altri. E' al tempo stesso parte passiva
e attiva dei processi politici, economici, sociali che caratterizzano il suo tempo.
Trasformare l'esclusione in inclusione, la marginalità in partecipazione,
è l'obiettivo che si sono posti i Giovani Imprenditori.
Convinti che
progettare il futuro sia meglio che subirlo.