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Capri, 4-5 Ottobre 2002
Democrazia economica
Mercati aperti, etica della trasparenza, società della partecipazione

 

LE TESI DEI GIOVANI IMPRENDITORI
Relazione del Presidente
Anna Maria Artoni

Cari amici,
nel 1867 Marx pubblicava il primo volume de "il Capitale" e cambiava la storia. I rapporti tra i protagonisti del mondo del lavoro, tra capitale finanziario e capitale umano, sarebbero stati irrimediabilmente influenzati da un'ideologia affascinante quanto intimamente rigida.
Padroni contro sfruttati, una "guerra" che sarebbe durata secoli.
Nel 1984 Martin Weitzman scrive "The Share Economy".
Propone un nuovo modello economico, che mira a sconfiggere disoccupazione e inflazione mediante un nuovo tipo di remunerazione
del fattore lavoro: dal salario alla retribuzione basata sull'andamento
dell'azienda. Quindi, "dall'alienazione alla partecipazione" del lavoratore alle sorti dell'impresa.


La terza via tra liberismo e socialismo

Tra la celeberrima opera di Marx e quella semisconosciuta di Weitzman non c'è alcun legame, in apparenza. Ma alla fine del millennio arriva, graduale ma inarrestabile, la globalizzazione. Che riduce il "senso di estraneità" tra lavoratori e datori di lavoro perché li costringe a collaborare in nome della competizione. Li costringe a condividere l'obiettivo della loro azione quotidiana: il profitto diventa semplicemente l'altra faccia della retribuzione.
Se n'era accorto Marco Biagi. L'ultima parte del suo Libro Bianco sul Welfare è dedicata alla prospettiva di una democrazia economica. Non l'utopia dottrinaria, tipica di un documento pregevole ma destinato all'inutilità. Ma lo sbocco necessario di una società sempre più libera, dinamica e flessibile.
Scriveva Biagi: "l'esperienza comparata insegna che i sistemi di relazioni industriali più partecipativi riescono a conferire maggiore competitività al sistema produttivo…. si ottengono risultati incoraggianti sul piano del miglioramento dell'efficienza organizzativa, riducendo le resistenze alle innovazioni tecnologiche, supportando le decisioni manageriali con una maggiore legittimazione e coinvolgendo i rappresentanti dei lavoratori in una logica di confronto". Credo sia proprio questo l'aspetto più innovativo del Libro Bianco, e allo stesso tempo più "temibile" per chi ancor oggi predica lo scontro sociale, la lotta di classe.
L'economia della partecipazione è insomma la soluzione che concilia la solidarietà tipica del modello sociale europeo con l'efficienza richiesta dal mercato globale, è la "terza via" - come la chiama Brunetta - tra liberismo e socialismo. Una via che accomuna filoni culturali e "sentimenti" molto diversi tra di loro, dalla dottrina sociale della Chiesa alla destra sociale, dal socialismo di inizio secolo al liberalismo italiano di fine secolo. L'economia della partecipazione presuppone e determina, al tempo stesso, la nascita di un nuovo modello di impresa, fondato sul valore del capitale umano, di un nuovo modello di sindacato, non più pregiudizialmente antagonista ma soggetto attivo dello sviluppo dell'impresa e della diffusione del benessere, quindi di un nuovo modello di società.

La fine dell'antagonismo, l'inizio della partecipazione

Il mondo del lavoro è forse l'ambito nel quale più si avverte con disagio, oggi, la distanza tra vita quotidiana e rappresentazione pubblica. Le profonde trasformazioni della produzione - e del rapporto tra i fattori che la determinano - sembrano aver lasciato indietro il modello delle relazioni industriali, tendenzialmente ancorato ad un'Italia "fordista" che non c'è più. Renato Soru sostiene che il vero proprietario delle net company è chi ci lavora, perché conoscenza e intelligenza sono l'unico asset di queste aziende. In realtà in tutte le imprese che producono beni e servizi è la qualità, quindi il fattore umano, a determinare il successo.
Il tradizionale antagonismo datore di lavoro-lavoratore è insomma un feticcio di cui liberarsi. Da una parte gli imprenditori chiedono oggi ai dipendenti, in tutti i settori e a tutti i livelli, di vivere il lavoro non semplicemente come l'offerta della propria forza intellettuale o manuale, ma come condivisione di una mission aziendale. Dall'altra i lavoratori pretendono sempre più trasparenza nella gestione della "loro" impresa: vogliono, sempre di più, capire quale rotta stia seguendo il timoniere della barca su cui si trovano.
La concertazione, che è stata decisiva per consentire all'Italia di entrare nell'Europa della stabilità monetaria ed economica, può essere oggi aggiornata e rivitalizzata nel segno della partecipazione, per vincere le sfide dell'economia globalizzata.
Naturalmente, la share economy non è un dogma da declinare in modo indiscriminato. La sua efficacia dipende dai contesti produttivi in cui viene adottata e dalle forme prescelte.
La profit sharing, ovvero il collegamento tra i risultati conseguiti dall'impresa e la retribuzione dei suoi dipendenti, può costituire una
leva forte verso una migliore gestione del capitale umano dell'azienda.
Numerose e accreditate analisi internazionali, condotte fin dagli anni Settanta su imprese statunitensi ed europee, dimostrano che la profit
sharing aumenta notevolmente la produttività in azienda e diminuisce le
ore di sciopero. E determina - anche se costituisce un dato difficilmente
misurabile - un aumento della qualità della vita aziendale, che nasce da
una maggiore condivisione da parte del lavoratore dei valori su cui si fonda l'impresa. L'esperienza applicativa di partecipazione agli utili dei
dipendenti è assai significativa nelle economie avanzate. Secondo una
ricerca Epoc, già nel 1996 la profit sharing era molto diffusa in Francia,
dove veniva applicata nel 59% delle aziende, in Gran Bretagna nel 38%
delle imprese, in Spagna nel 22%. In Italia le aziende interessate erano
soltanto il 4%.
Anche le procedure di informazione e di consultazione dei dipendenti - introdotte dalla normativa comunitaria - si sono dimostrate sul campo strumenti migliorativi del rapporto tra datore di lavoro e lavoratori.
Molto diverse sono invece le valutazioni sulla power sharing, la condivisione del potere in azienda. Si tratta di una prospettiva difficilmente adattabile alla realtà italiana, al suo tessuto di piccolissime, piccole e medie imprese. Lo è, in particolare, il modello di "cogestione" tedesco, che prevede una partecipazione paritaria dei dipendenti nel consiglio di sorveglianza delle aziende, a prescindere dal loro possesso azionario. Un modello nato in Germania, subito dopo la seconda guerra mondiale, sulla base di interessi di tipo geo-politico più che economico. Una eventuale power sharing in versione italiana rischierebbe di bloccare l'attività delle imprese, a causa della "commistione" tra interesse al profitto aziendale e interessi di categoria dei lavoratori, che sarebbe deleteria per le imprese.

Verso il "federalismo" dei contratti?

La profit sharing e più in generale le forme di partecipazione non possono essere imposte per legge. L'adozione di questi modelli deve avvenire soltanto laddove sia giustificato dalla logica economica. Strumento fondamentale per l'avvio di una strategia della partecipazione è la contrattazione aziendale - già prevista dagli accordi del luglio '93 - che finora ha avuto applicazioni assai diverse a seconda della dimensione delle imprese. Secondo i dati forniti dall'ultima relazione annuale del Governatore della Banca d'Italia, nel settore industriale hanno adottato contratti aziendali la quasi totalità delle aziende con più di 50 addetti, ma soltanto un terzo delle imprese che occupano tra 20 e i 49 lavoratori. In parallelo, l'Istat rileva che nel 2001 la produttività delle aziende con meno di dieci addetti è stata la metà di quella raggiunta dalle imprese con più di 250 dipendenti.
Spesso i piccoli imprenditori considerano il contratto aziendale un rischio, qualche volta lo applicano, ma non alla luce del sole. E' l'effetto perverso dell'anomalia tipica del mercato del lavoro in Italia: molto rigido nella regolazione formale, molto flessibile nell'applicazione pratica, a causa del mancato rispetto di molte delle regole contenute nelle leggi e nei contratti.
Probabilmente siamo tutti vittime, imprenditori e lavoratori, di un "deficit culturale" come lo definiva Marco Biagi.
Ciò che oggi sembra rivoluzionario domani sarà la norma. Perché in realtà nelle piccole e medie imprese italiane il rapporto tra "padrone" e lavoratore è già partecipativo: lo è per necessità, per cultura, per interesse. Riteniamo necessaria, dunque, una riforma degli assetti contrattuali che renda sempre più leggero - tendenzialmente normativo
- il contratto nazionale, garanzia di uno zoccolo duro di diritti e di doveri, e attribuisca maggior peso al contratto aziendale.
Sarebbe la naturale evoluzione dell'accordo del 1993. Da promuovere con meccanismi di mercato: rendendo conveniente per le imprese l'uso del contratto di secondo livello, magari con incentivi sul versante previdenziale. Una riforma di questo tipo, sollecitata da numerosi organismi internazionali, renderebbe più flessibile il mercato del lavoro, favorendo l'incontro tra domanda e offerta senza toccare però i diritti dei lavoratori. Aiuterebbe il rilancio economico e l'assorbimento della disoccupazione nel Mezzogiorno, che diverrebbe più attraente per le imprese italiane e straniere. Infine consentirebbe al sindacato di assumere un nuovo ruolo. Non più esclusivamente passivo, in trincea a difesa dei diritti dei lavoratori, ma finalmente attivo, co-creatore di ricchezza e benessere. Una svolta necessaria, in vista di una fine d'anno in cui nove milioni di lavoratori pubblici e privati attendono il rinnovo dei loro contratti.
Crediamo sia sbagliato, invece, puntare sulla creazione di un terzo livello contrattuale, sia esso provinciale o regionale, alternativo o sostitutivo rispetto alla contrattazione aziendale. La contrattazione territoriale può creare diseconomie evidenti, per diverse ragioni.
Porterebbe infatti a definire un incremento salariale, frutto della media tra aziende con produttività e redditività completamente diverse tra di loro. Inoltre in un'Italia caratterizzata da uno sviluppo a macchia di leopardo, nella quale nel giro di pochi chilometri si alternano - soprattutto nel Mezzogiorno - zone ad alta intensità industriale e aree depresse, causerebbe una dannosa competizione al rialzo tra territori vicini ma con caratteristiche disomogenee.

Il deficit di democrazia economica

La contrapposizione tra capitale e lavoro, che continua a dominare la nostra vita politica, economica e sociale, è solo uno dei numerosi deficit di innovazione che gravano sulle prospettive di sviluppo del nostro Paese. Esiste un filo rosso che unisce la rigidità del mercato del lavoro e degli assetti contrattuali, la scarsa apertura dei mercati dei servizi a rete, l'asfitticità della Borsa di Milano. E' la mancanza di una compiuta democrazia economica.
Democrazia economica significa per noi diffusione dei benefici del mercato e della cultura d'impresa alla platea più ampia possibile di soggetti. E tra i suoi parametri più significativi occupano un ruolo
centrale gli effetti provocati dal processo di privatizzazione, che costituisce uno degli eventi principali della storia economica del
Novecento. E' stato calcolato che dal 1977 al 1999 su scala globale
siano state realizzate più di 2500 operazioni di questa natura, per un controvalore di circa 1.100 miliardi di dollari.

Le privatizzazioni in Italia: la vittoria della "cassa", la sconfitta del
mercato

Il graduale abbandono da parte dello Stato del ruolo di imprenditore è avvenuto, con grande intensità, anche in Italia. Il nostro Paese detiene il record di incassi in Europa per le privatizzazioni realizzate nell'ultimo decennio: circa 235.000 miliardi di vecchie lire, il 12% del Pil al netto dell'indebitamento trasferito.
Ma la vittoria della cassa non deve farci dimenticare la sconfitta del mercato. Nell'ambito dei servizi a rete, l'unico settore in cui l'Italia possa vantare l'esistenza di un mercato realmente concorrenziale è quello delle telefonia. Decisivi in tal senso si sono rivelati l'adozione in parallelo di politiche di privatizzazione del monopolista pubblico e di liberalizzazione del mercato, il ruolo attivo dell'Authority - che ha stimolato gli operatori a continui tagli delle tariffe - nonché il funzionamento della legge Draghi, che ha consentito la tutela di tutti gli azionisti e una piena contendibilità dell'ex monopolista.
Completamente diversa è la situazione dei mercati delle altre public utilities. Le tariffe dell'elettricità sono le più alte d'Europa, per quelle del gas siamo al secondo posto e la situazione non è molto differente - in media - negli altri servizi a rete. Il blocco delle tariffe appena deciso dal governo è solo un palliativo temporaneo, che agisce in una logica di distorsione del mercato.
Eppure il Libro Verde del 1992, nel delineare gli obiettivi della stagione di dismissioni che stava per aprirsi, citava "l'esigenza di un significativo incremento di efficienza, di una maggiore concorrenza dei mercati dei prodotti, di una più intensa proiezione delle imprese verso l'economia mondiale, di diffondere l'azionariato tra i risparmiatori".
L'urgenza di generare risorse da destinare all'indebitamento veniva presentato come un traguardo secondario. Peccato sia stato proprio
questo l'unico, vero obiettivo raggiunto!
Nel processo di privatizzazioni italiane l'ottica del ragioniere ha prevalso su quella del politico. I conti pubblici ne hanno tratto grande giovamento, ma è stata totalmente trascurata la capacità di crescita del sistema-Italia. I nostri mercati non sono stati aperti alla concorrenza, con danni evidenti per i consumatori, imprese e famiglie. Al tempo stesso, non è stato favorito l'adeguamento dimensionale delle nostre imprese alle sfide della competizione globale. Non a caso l'unico gigante che l'Italia possa vantare nel panorama internazionale, l'Eni, è ancora parzialmente in mano pubblica.
In realtà, l'individuazione di tanti obiettivi - alcuni dei quali incompatibili tra loro - inficiava alla radice la possibilità di rispettare quella previsione. Perseguire l'obiettivo della cassa, in particolare, vuol dire dare priorità tra gli acquirenti all'azionista o al gruppo di azionisti che siano disposti a pagare un premio consistente per il controllo dell'impresa, in cambio - magari - dell'impegno a preservare in qualche misura la posizione dominante sul mercato dell'azienda privatizzanda.
Un caso esemplare di insuccesso è rappresentato dal mercato dell'energia. Nel nostro Paese paghiamo l'elettricità in media il 50% in
più dei francesi, il 40% in più degli inglesi, il 30% in più dei tedeschi. E
il confronto ci vede ancor più in difficoltà rispetto alla qualità del servizio offerto: le interruzioni di corrente elettrica sono tre volte superiori rispetto a quanto accade in Francia, quattro volte rispetto a Germania e Gran Bretagna. In più - come ha segnalato nell'ultima relazione annuale il Presidente dell'Autorità per l'Energia Ranci - risulta bloccato il processo di ammodernamento delle centrali, in quanto "l'efficienza energetica media è ancora ferma ai livelli di cinque anni fa".
Questi dati sono il frutto, inevitabile, degli errori compiuti nelle politiche di settore. Nel campo dell'energia - tra i più rilevanti dal punto di vista strategico - l'Italia non ha saputo difendere il suo "interesse nazionale". Non ha reso efficiente il mercato, liberalizzandolo dal lato dell'offerta, né ha diversificato le sue fonti come la Francia, per diminuire la rischiosa dipendenza dal petrolio.
Avviare un'azione di privatizzazione in assenza di una liberalizzazione del mercato comporta gravi rischi, e viceversa. Le privatizzazioni non sono una scorciatoia alla liberalizzazione. In particolare, solo una regolamentazione che tenda a separare la produzione dalla gestione della rete nell'ambito della filiera delle public utilities - supportata da un efficiente funzionamento dell'Autority di settore nella definizione delle tariffe d'uso della rete - può garantire la nascita di competizione sul mercato, ovvero tariffe più basse e qualità migliore. Ma contrariamente al parere espresso dalle Autorities, il governo ha deciso di consentire all'Enel il mantenimento della proprietà comune delle attività di produzione e di trasmissione. In questo modo l'azienda, per due terzi ancora di proprietà statale, può continuare legittimamente ad esercitare comportamenti discriminatori nei confronti delle aziende rivali, impedendo di fatto un pieno sviluppo della concorrenza.
Inoltre, soltanto una reale privatizzazione potrebbe eliminare il conflitto attualmente in capo allo Stato, tra l'interesse dello Stato-azionista e quello dello Stato-regolatore.

Le nuove privatizzazioni, nell'interesse del consumatore

Dopo quasi dieci anni di grandi dismissioni, il 2001 ha segnato una battuta d'arresto del processo di privatizzazione, facendo registrare l'incasso più basso dal 1993.
Il Dpef ha indicato tra gli obiettivi del governo la privatizzazione, entro poco più di un anno, di asset statali per 20 miliardi di euro. Ma la logica che ispira il piano sembra non essere mutata. Nel documento di programmazione economico-finanziaria non si fa cenno a strategie di
politica industriale che ridisegnino i confini tra pubblico e privato.
Nettamente sottovalutata dai media e dall'opinione pubblica è la questione, cruciale, della privatizzazione delle aziende municipalizzate
nel settore dei servizi pubblici locali. E' necessario che il governo si occupi in modo organico del tema, definendo un chiaro indirizzo di politica industriale affinché le ex municipalizzate, trasformate in spa non nascondano - sotto la veste giuridica di società miste pubblico-privato - nuove pratiche di lottizzazione o comunque di condizionamento politico nella gestione dei servizi.
La recente riforma, introdotta dall'articolo 35 della legge finanziaria 2002, non appare sufficiente ad aprire alla concorrenza i mercati dei servizi pubblici locali. In particolare, ripetendo l'errore già compiuto a livello nazionale nella liberalizzazione del settore energetico, la nuova normativa non prevede in via generale la separazione tra gestione della rete ed erogazione del servizio.
Separazione essenziale per favorire la competizione tra operatori. Inoltre le regole fissate per la gestione dei Servizi Confindustria Bergamo si traducono in una privatizzazione di monopoli pubblici, volta a favorire l'economicità e l'efficienza delle gestioni, ma che certamente non apre i vari mercati al gioco concorrenziale.

Le liberalizzazioni, driver dello sviluppo

Come afferma nella relazione 2002 il Presidente dell'Autorità Antitrust Giuseppe Tesauro, "esiste una stretta correlazione tra il grado di liberalizzazione dei mercati di un Paese e la sua capacità di sviluppo economico": lo rivela il dinamismo mostrato negli ultimi anni da Gran
Bretagna e Irlanda, "in larga parte risultato di un'impostazione più decisamente pro-concorrenziale delle rispettive politiche economiche".
Il nostro Paese, nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi anni, è ancora molto indietro nella corsa globale alla "liberazione" di risorse e capacità. Tutti gli indici internazionali sono impietosi nei nostri confronti. Tra le più accreditate la classifica del Fraser Institute, che colloca il nostro Paese al 38° posto su 58 Paesi: in particolare, l'Italia è in 42° posizione quanto a libertà d'attività economica e addirittura al 54° posto per rigidità del mercato del lavoro. Ancor meno confortante l'esito della rilevazione compiuta annualmente dal Centro Einaudi: l'Italia occupa il 14° posto sui 15 Paesi dell'Unione Europea considerati rispetto al grado di libertà economica.
Dopo aver trascorso gli anni '90 a discutere appassionatamente dell'antinomia pubblico-privato, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sull'antinomia tra mercati chiusi, in condizioni di monopolio
o di oligopolio, e mercati aperti. La mancanza di concorrenza è infatti il vero nemico dello sviluppo.

Una Finanziaria "miope"

Ci saremmo aspettati segnali concreti in questa direzione nell'ambito della Finanziaria 2003. In una situazione di oggettiva difficoltà per i conti pubblici - e di necessario rigore nei rapporti finanziari tra Stato ed enti locali - proprio le privatizzazioni a livello locale potevano rappresentare il salvagente cui aggrapparsi per reperire risorse, senza minare il "federalismo fiscale" già avviato. Per esempio, prevedendo incentivi che spingessero i Comuni a vendere - sulla base di un preciso progetto industriale - aziende municipalizzate e immobili.
Quella appena varata ci sembra una Finanziaria "miope", che guarda al futuro con le lenti del passato. Una manovra ricca di provvedimenti una tantum, che punta tutto sul ritorno di una congiuntura favorevole a livello internazionale. Ma nessuno può ragionevolmente prevedere, oggi, quando avverrà questo ritorno. Non vorremmo che l'attesa si trasformasse in un'Odissea, nel quale il governo-Penelope sia costretto a fare e disfare mille volte la sua tela in attesa del novello Ulisse!
Da tempo la Commissione Europea segnala al nostro governo l'inutilità di misure di corto respiro. La differenza tra provvedimenti strutturali e misure una tantum - chiosava qualche mese fa il commissario europeo alle Finanze Pedro Solbes - "è la stessa che c'è tra il bilancio di una persona che per mangiare può contare sullo stipendio fisso, e quello di un'altra che invece è costretta a vendersi i mobili di casa".
Non ci hanno mai convinto le politiche fondate sui condoni. Negativi sotto il profilo etico, perché premiano solo i furbi e disincentivano la legalità. Incerti e limitati negli esiti economici, come dimostrano i precedenti italiani nonché numerosi studi internazionali in materia. Infine, motivare esplicitamente la previsione di un condono con esigenze di cassa genera l'aspettativa di ulteriori condoni in futuro, e quindi riduce tendenzialmente gli effetti di quello attuale.
E il Sud? Al di là del tentativo di razionalizzare gli strumenti di spesa, il Mezzogiorno scompare in questa Finanziaria. Eppure, il Dpef di giugno prevedeva una crescita del suo Pil pari al 4% l'anno! La realtà, purtroppo, è molto diversa.
Sembra di essere tornati ai tempi in cui si riteneva che il sotto-sviluppo del Mezzogiorno fosse solo un problema di chi vive e opera in quell'area. L'equilibrio tra rigore e sviluppo, che il governo ha scelto come sintesi della sua Finanziaria 2003, dovrebbe far pendere l'ago della bilancia proprio dalla parte del Mezzogiorno. Perché se i mercati del lavoro del Nord sono in gran parte saturi, al Sud oggi vivono un terzo degli italiani ma due terzi dei disoccupati. Perché lo stesso Patto per l'Italia prevedeva di concentrare gli interventi per lo sviluppo nell'Italia meridionale e insulare.
E' necessario inoltre battersi in sede comunitaria per riproporre -
e far accettare - una differenza sostanziale di imposizione fiscale e
previdenziale per le imprese che investono al Sud, considerandola come
il primo passo verso un regime finanziario più amichevole verso le imprese in tutta Italia.
Infine riteniamo delittuoso il mancato utilizzo dei fondi stanziati
dall'Unione Europea per lo sviluppo delle aree depresse. Una piaga
cronica, questa, che chiama in causa soprattutto l'inefficienza progettuale degli enti locali. Perché non istituire allora una task force per il Mezzogiorno, che definisca obiettivi da raggiungere e step verificabili, con l'obiettivo di usare appieno i fondi di Agenda 2000?
Da un governo stabile, che ha conquistato la fiducia degli italiani con un programma di ampio respiro, ci aspettiamo d'ora in poi più coraggio e più realismo. Realismo vuol dire comunicare in modo chiaro la situazione di difficoltà. Le variabili fondamentali non sono sotto il nostro controllo, sono questioni di economia e politica internazionale, dunque le difficoltà non sono imputabili al governo in carica.
Ma una volta divenuta evidente a tutti la situazione critica, il realismo impone di costruire insieme alle parti sociali un calendario diazioni ad effetto strutturale, da realizzare nei prossimi mesi con obiettivi definiti, tempi precisi e step intermedi. Soltanto così si ricrea un clima di fiducia, tra gli imprenditori, i lavoratori, i risparmiatori.
Purtroppo, è accaduto esattamente il contrario. Con un decreto-legge-
ovviamente legittimo da parte di un governo, ma incoerente con
dieci anni di concertazione e di dialogo - l'esecutivo ha privato le
imprese di almeno quattro miliardi di euro. Non sono state danneggiate
solo le grandi imprese, come si è voluto far credere, ma le imprese di
ogni tipo, nel complesso almeno 180 mila.
Per molte aziende, che avevano già programmato investimenti sulla base degli sgravi che sono stati aboliti, vuol dire rinunciare a quegli investimenti e ai nuovi posti di lavoro che ne sarebbero derivati. Il governo ha fatto cassa oggi, rischiando di non trovarsi più la cassa domani.
Avere più coraggio vuol dire aggredire l'economia dell'incertezza, dove crisi economica, crisi di fiducia nei mercati e crisi geo-politiche si sommano e si alimentano a vicenda.
Sono due le azioni, di portata storica, che ora ci attendiamo da un
governo così solido nella sua maggioranza parlamentare. Il 2003 è un
anno privo di scadenze elettorali, l'anno migliore per agire senza il
condizionamento dei sondaggi. E lo slittamento al 2006 dell'obbligo di
pareggio del bilancio fissato dal Patto europeo di stabilità, è un'occasione probabilmente irripetibile.
La prima è la riforma del sistema pensionistico. Occorre sfatare, anche in questo campo, i falsi miti. L'abolizione delle pensioni d'anzianità porterebbe sì benefici immediati ma non risolverebbe il problema strutturale, non "sgonfierebbe" l'ormai celebre gobba previdenziale che ci attende entro il 2010. Tra sei anni, quando la riforma Dini andrà a regime, le pensioni d'anzianità scompariranno definitivamente. Si tratta dunque di un problema importante a breve termine, ma in prospettiva assolutamente marginale.
L'unica vera soluzione della questione-previdenza è allungare subito l'età pensionabile. La spesa previdenziale rappresenta in Italia il 14% del Pil e il 40% delle spese primarie correnti delle amministrazioni pubbliche: in entrambi casi, è il record comunitario. Dovuto non al fatto che le nostre pensioni sono più consistenti di quelle dei partners europei, ma che sono troppi a fruirne. Anche chi potrebbe tranquillamente continuare a lavorare: nel 2001 il tasso di attività dei lavoratori fra i 55 e i 64 anni è stato nel 2001 del 28%, contro il 52,3% del Regno Unito.
Nel riformare la nostra previdenza, abbiamo un punto di riferimento europeo: gli accordi di Lisbona. Obiettivo di medio-lungo termine è fissare l'età pensionabile a 65 anni. Ma nell'immediato, il solo slittamento in avanti di un anno avrebbe effetti significativi sui conti pubblici. Una riforma, con partenza immediata anche se graduale nell'applicazione, consentirebbe soprattutto di riprogettare il welfare italiano in chiave di modernizzazione e di equità, evitando che le prossime generazioni paghino le "spensieratezze" dell'attuale. Senza attendere che sia l'Unione Europea ad imporcelo.
E' necessario, in secondo luogo, rilanciare le grandi opere infrastrutturali. Naturalmente non si tratta di riprodurre lo stesso modello di sviluppo che ha caratterizzato le politiche economiche italiane degli anni '50 e '60. Allora la spesa in opere pubbliche veniva usata - secondo le dottrine keynesiane - come moltiplicatore del reddito attraverso la riduzione della disoccupazione. Oggi le infrastrutture rappresentano un fattore strategico di competitività, all'interno di un sistema economico impostato su una logica di rete. Nell'epoca del mercato globale infrastruttura è sinonimo di
integrazione. E solo chi è integrato sopravvive e accresce il suo livello
di sviluppo e di benessere.
In quest'ottica riteniamo decisivo per la competitività del nostro Paese ingaggiare una battaglia diplomatica, a livello comunitario, che abbia nel mirino due obiettivi. Il primo è quello di scomputare gli investimenti in infrastrutture - sia materiali che immateriali - dal calcolo del rapporto deficit-Pil, ai fini del rispetto del Patto di stabilità. Come Giovani Imprenditori pensiamo che proprio nei momenti difficili sia necessaria una certa dose di flessibilità, che consenta agli investimenti di riprendere fiato, senza correre il rischio di aggirare le regole. È per questo che sosteniamo un'interpretazione "intelligente" del Patto di stabilità, che dia la possibilità anche ai Paesi fortemente indebitati - come il nostro - di investire per le generazioni future.
Il secondo obiettivo riguarda un tema-fantasma: la nascita - prevista dagli accordi di Barcellona per il 2010 - di una grande area di libero scambio che unirà i Paesi del Mediterraneo. Un tema che non infiamma le platee né anima i dibattiti dei salotti televisivi, ma è decisivo per il futuro del sistema-Italia. Decisivo soprattutto per il futuro del Mezzogiorno e dei suoi imprenditori, candidati "naturali" ad assumere un ruolo di leadership nell'apertura dei mercati del Sud del mondo. Del resto l'Europa ha bisogno di allargare i mercati di destinazione dei suoi prodotti, ha bisogno di manodopera e di cervelli: a due passi, ha un mercato aggiuntivo di oltre 250 milioni di consumatori, in rapidissima crescita.
La creazione dell'area euromediterranea risponde agli interessi strategici del nostro Paese e del Mezzogiorno anche perché, bilanciando l'allargamento ad Est dell'Unione Europea, diminuisce la perifericità
dell'Italia rispetto al nuovo baricentro che va creandosi in Europa
centrale.
L'Italia è felicemente collocata al centro del Mediterraneo, dunque, ha un vantaggio competitivo rispetto ai partners europei. Ma non è sola. La Spagna, ma soprattutto i Balcani - dove è sempre più forte l'influenza della Germania, nonché l'interesse dei Paesi del Centro Europa che stanno entrando nell'Unione - sono le due alternative possibili. Per non perdere questa straordinaria opportunità l'Italia deve battersi perché sia realizzata una rete di infrastrutture trans-mediterranee - finanziata dalla Banca Euromediterranea, creata dal vertice di Barcellona - di cui si orrebbe automaticamente al centro. Ne ha assoluto bisogno, in particolare, il Mezzogiorno. Se per volare dalla Calabria a Casablanca devo fare scalo a Malpensa, la vicinanza con la sponda Sud del Mediterraneo rimane un mero dato cartografico.
L'impresa della responsabilità, le regole del valore Negli ultimi mesi sembra però esser venuto meno un elemento, senza il quale qualsiasi scenario economico perde di significato. E' la fiducia nella bontà del mercato e dei suoi meccanismi di auto-regolazione.
Siamo stati colpiti in profondità dagli scandali americani. Ne hanno risentito non solo le nostre Borse, i nostri investimenti, indirettamente i nostri conti pubblici. Ma anche, più ampiamente, la nostra adesione incondizionata alle "sorti magnifiche e progressive" del capitalismo anglosassone, a quel mix di merito, rischio e responsabilità che ci sembrava il miglior esempio che il mondo dell'economia potesse offrire. Un'indagine condotta a fine giugno da Edelman Worldwide su un campione di opinion leaders europei e statunitensi rivela che l'86% degli europei e il 37% degli statunitensi ha poca o nessuna fiducia nei mercati finanziari.
Nessuno può dire dove e quando finirà questa discesa agli inferi.
"In determinate epoche si è costretti a ripercorrere tutto il circuito delle
follìe per far ritorno alla ragione" scriveva Benjamin Constant. L'unica
certezza è che la ragione tornerà: siamo di fronte non alla fine del
capitalismo, come profetizza qualche mago di sventura, ma - verosimilmente - ad un suo nuovo inizio, ad una sua profonda e salutare mutazione.
C'è solo una strada che porta alla "rinascita": promuovere un'etica della trasparenza, in cui la responsabilità divenga l'arma esclusiva in mano all'impresa per avere successo sui mercati. I Giovani imprenditori credono fermamente che l'instabilità talvolta "irrazionale" delle Borse, l'erosione del rapporto di fiducia tra investitori e imprenditori - su cui si fonda il grande gioco del mercato - possano essere combattuti soltanto dando avvio ad una vera e propria
rivoluzione culturale. I primi "rivoluzionari" dovremo essere noi, chi fa
impresa ogni giorno: comprendendo fino in fondo il valore di una
comunicazione corretta, di comportamenti trasparenti e rispettosi del
rapporto di fiducia con gli stakeholders. Ma la diffusione di un'etica
della trasparenza va aiutata. Crediamo sia compito del legislatore e
delle istituzioni finanziarie predisporre meccanismi sanzionatori che
fondino la loro efficacia sulla reputazione dei soggetti che operano sui
mercati.
Oggi, di fronte alla crisi di fiducia e di trasparenza dei mercati, il
nostro Paese può seguire una strada autonoma. Il caso Enron non può
essere soltanto motivo di malcelato compiacimento dei guai altrui,
supportato da analisi sulla presunta "invulnerabilità" del capitalismo
italiano. Deve essere l'occasione, politicamente assai favorevole, per
introdurre presidi più forti di governo societario e di trasparenza.
Ma bisogna evitare di sbagliare strada. In America la reazione
pubblica agli scandali e alla successiva crisi di fiducia è stata
impressionante per rapidità, sotto il profilo dell'attivismo legislativo e
regolamentare. Tanta velocità è figlia anche del rapporto strettissimo tra
famiglie e mercati: negli Usa oltre la metà delle famiglie possiede
azioni nei propri portafogli, mediante partecipazione diretta in società
quotate o più spesso attraverso il possesso di quote dei fondi pensione.
La proprietà azionaria è tre volte più diffusa che nel nostro Paese.
Il modello sanzionatorio americano non è importabile in Italia.
Mal si adatterebbe ad un sistema economico nel quale l'azionista spesso
coincide con il manager, o comunque lo "controlla" in modo più forte e
più continuo. Meglio valorizzare l'autoregolamentazione e rafforzare
ulteriormente il codice di autodisciplina, che ha già subito di recente
apprezzabili modifiche.
Se dotate di un valido meccanismo di enforcement, questo tipo di
regole risultano mediamente più efficienti di quelle di origine statale,
perché nascono da chi conosce e pratica il mercato, perché sono dotate
di un più alto grado di flessibilità, perché sono più condivise da chi le
applica. Chi crede nel mercato deve privilegiare il mercato stesso come
motore delle riforme: è piuttosto illusorio affidarsi solo alla legge
penale. Anche perché gli investitori, grandi e piccoli, dopo essere stati
scottati dai tracolli americani indirizzeranno naturalmente i loro
investimenti verso le società che garantiscono regole di governance
migliori.
Il 100% delle aziende del Mib 30, del Midex e del Nuovo Mercato ha adottato il codice Preda. La situazione è però molto diversa per quanto riguarda le società non quotate, meno incentivate all'applicazione del codice e meno facilmente censibili. Secondo un sondaggio realizzato dall'Ispo nei primi mesi del 2002, soltanto il 23% delle aziende italiane applicano interamente o in modo significativo le "buone norme" del codice di autodisciplina, mentre la metà delle nostre aziende non ha mai neanche preso in considerazione queste indicazioni.
E' necessario, dunque, individuare meccanismi di premio-sanzione
che favoriscano l'applicazione del codice Preda. Sono numerose, ad esempio, le imprese che applicano solo parzialmente il codice. Tra le modifiche da introdurre, nell'ambito di un secondo round di revisione, potrebbe rivelarsi importante l'obbligo per le aziende di dichiarare le ragioni della mancata applicazione di alcune prescrizioni.
L'impresa della responsabilità non deve far dimenticare, tuttavia, le regole del valore.
E' evidente il declino delle imprese italiane di fronte alla concorrenza globale: l'azionariato "protetto" nel tranquillo mercato domestico non è più proteggibile nella giungla internazionale. Solo cinque imprese italiane compaiono nella classifica Fortune 500, contro 10 della Corea, 20 della Gran Bretagna, 30 della Francia, 150 degli Stati Uniti.
A livello internazionale è molto diffusa la convinzione che la public company, come la democrazia, rimanga con tutte le sue imperfezioni il sistema migliore per garantire lo sviluppo delle aziende e far partecipare equamente gli investitori alla ricchezza prodotta. Stime accreditate segnalano addirittura una crescita del sistema anglosassone quattro volte più veloce rispetto alla media dell'economia mondiale.
L'approccio italiano è molto diverso. Per capirne la ragione, basta mettere a confronto le caratteristiche del controllo delle società per azioni in Italia e - senza scomodare gli Usa - negli altri Paesi dell'Unione Europea. Nel nostro Paese le famiglie controllano il 51% delle Spa, contro il 27% della Francia, il 17% della Germania e solo il 13% della Gran Bretagna. Gli investitori istituzionali, d'altro canto, controllano il 36% delle Spa in Inghilterra, il 13% in Germania e solo il 4% in Italia.
In un sistema economico che si fonda sulla piccola e media impresa familiare si ritiene che la minor capacità di sviluppo di quest'ultime sia bilanciata da una maggiore stabilità rispetto al modello anglosassone. "Pregi e difetti dei due sistemi - ha affermato di recente il Presidente della Consob Spaventa - sono in qualche modo speculari".
Non abbiamo giganti, siamo locali in un mondo globale. Abbiamo però solide imprese familiari che tengono alto in tutto il globo il vessillo del made in Italy. Sono imprese che operano in settori di dimensioni non troppo grandi - come elettrodomestici, moda, occhiali, alimentare. I nostri imprenditori rimangono esclusi invece dai settori industriali e dei servizi che richiedono capitali enormi per crescere, come quello automobilistico, delle tlc, della chimica e dell'energia. In ogni caso, le nostre imprese - soprattutto quelle quotate - non possono ignorare problemi e soluzioni possibili emerse dalle analisi seguite ai gravi scandali americani. Riteniamo essenziale, anzitutto, modificare il ruolo dei Cda, i cui consiglieri troppo spesso svolgono oggi funzioni di "vidimazione formale" o di lobbying. L'incarico di consigliere, in Italia come in tutti i Paesi del Sud Europa, tende ad essere troppo spesso il riconoscimento di meriti passati o la premessa di futuri vantaggi: al rispetto formale dei codici di autodisciplina non corrisponde sempre un'effettiva indipendenza e competenza di tutti i consiglieri.
Il Cda deve riappropriarsi del ruolo di "principal", svolgendo funzioni reali di indirizzo e di controllo. In particolare, fornendo al management direttive in materia di corporate strategy, monitorando le performance economico-finanziarie dell'impresa, orientando il comportamento dei manager in direzione degli obiettivi degli azionisti.
Ne consegue la necessità di ridefinire i criteri di composizione dei Cda,
nell'ottica dell'indipendenza e soprattutto della specializzazione tecnico-funzionale.
Inoltre, gli scandali d'oltreoceano rendono evidente la necessità di disposizioni legislative che eliminino sul nascere la possibilità di conflitti d'interesse in capo alle società di revisione, separando le funzioni di consulenza da quelle di contabilità.
Più ampiamente, al processo di integrazione finanziaria che coinvolge i Paesi dell'Unione Europea non è corrisposto, finora, un adeguato sviluppo della normativa comunitaria in materia. Manca, soprattutto, una disciplina europea sulle operazioni pubbliche d'acquisto. Chiediamo che il governo italiano sostenga con forza il secondo tentativo di emanare una direttiva in materia, dopo il clamoroso fallimento comunitario del giugno 2001, perché solo in questo modo si ripristinerebbe una par condicio tra aziende estere che operano in Italia, "beneficiando" delle regole aperte della legge Draghi, e le imprese italiane che operano all'estero, dove spesso sono bloccate da barriere "nazionalistiche".
Inoltre, crediamo che l'Unione Europea possa assumere un ruolo di leadership nel mondo sul versante della corporate social responsability, incentivando la diffusione di comportamenti socialmente responsabili tra le nostre imprese, come bilanci sociali e marchi di qualità. I Giovani Imprenditori sono convinti che solo lo sviluppo armonico - esaltazione del lavoro come valore in quanto sintesi tra rispetto dell'ambiente e tutela della centralità dell'individuo - possa garantire ricchezza duratura alle nostre imprese e alle nostre società.

La società della partecipazione

I Giovani Imprenditori non credono che "la mano invisibile di Adam Smith sia stata amputata", come ha affermato qualche autorevole commentatore nostrano. Non c'è alternativa credibile al mercato e alla libertà d'iniziativa economica. Sono svaniti, piuttosto, i sogni di arricchimento facile, le assurde teorizzazioni di un'economia finanziaria che potesse vivere senza quella reale. Oggi è necessario volgere gli "spiriti animali" verso un'etica della trasparenza che autorigeneri il mercato, evitando di imbrigliarlo con "invasioni di campo" della legge e di ammazzare così il paziente malato.
Di fronte alla crescente instabilità dei mercati internazionali così come delle relazioni tra Nord e Sud del mondo, l'Europa e l'Italia hanno sempre più bisogno di politica e sempre meno di tattica. Hanno bisogno di strategie che includano anziché escludere, che integrino piuttosto che alzare barriere.
L'immensa sfida dei prossimi anni è costruire la società della partecipazione. Nel giugno scorso, a Santa Margherita Ligure, abbiamo
alzato il velo sulla grande ipocrisia che regge oggi l'ordine mondiale.
Un ordine globale, che da una parte movimenta non solo capitali, merci e tecnologie ma anche e soprattutto uomini, spingendoli in terre dove non sono nati, dall'altra pone barriere che l'economia, oltre che l'etica,
rende ingiustificabili. Questi uomini cercano l'inclusione, trovano l'esclusione.
Gli immigrati di Santa Margherita Ligure sono i consumatori, i risparmiatori, gli investitori, gli imprenditori di Capri. Esclusi dal benessere i primi, esclusi dai benefici del mercato i secondi. Una società e un'economia che lasciano fuori da sé gran parte dei cittadini sono destinate a non reggere, di fronte alle crisi della ragione e del dialogo. A lungo termine, sono insostenibili.
Se n'erano accorti, molti anni fa e forse tra i primi in Italia, proprio i Giovani Imprenditori. Qualche giorno fa ho scoperto, con stupore prima ed una certa emozione mentre leggevo, un numero di Quale Impresa - la storica rivista del nostro Movimento - del gennaio 1976 dedicato al tema della "democrazia industriale". Era l'epoca, non a caso, di Piero Pozzoli. I "suoi" Giovani Imprenditori dibattevano appassionatamente, in un momento di altissima conflittualità sociale, di come rinnovare profondamente le relazioni industriali nel segno di un maggior coinvolgimento dei lavoratori nei risultati e nei valori dell'impresa. Abbattendo le barriere, rinunziando alla difesa del privilegio, aprendosi al futuro.
Oggi noi cerchiamo di raccogliere quel testimone. Per chiedere al ceto dirigente del nostro Paese di condividere una visione. Quella di una società dove si realizzi finalmente ciò che aveva profetizzato migliaia di anni fa Aristotele: "cittadino è colui il quale è capace di essere governato e di governare ad un tempo". Nel terzo millennio, il cittadino è insieme consumatore, risparmiatore, imprenditore di se stesso o anche degli altri. E' al tempo stesso parte passiva e attiva dei processi politici, economici, sociali che caratterizzano il suo tempo.
Trasformare l'esclusione in inclusione, la marginalità in partecipazione, è l'obiettivo che si sono posti i Giovani Imprenditori.
Convinti che progettare il futuro sia meglio che subirlo.