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La Governance della Globalizzazione
Mercati e regole per una società aperta
(Santa Margherita Ligure 2001)

Le tesi dei Giovani imprenditori illustrate dal presidente Edoardo Garrone


Cari amici,

viviamo in un mondo ricco, tecnologicamente progredito, dinamico. Ma questo mondo è anche un mondo sofferente, un mondo spaventato. Un mondo che non sa dove sta andando, e non ha capito chi c'è, seduto, al posto di guida. Un mondo del genere non è stabile. Non è sicuro: neanche per noi. In un mondo globalizzato e tecnologicamente avanzato, le isole felici sono illusorie. Un mondo del genere interpella la nostra responsabilità. Che ci piaccia o no, tutti gli abitanti del villaggio globale stanno diventando "nostri vicini"; essi ci interrogano, a volte silenziosamente.

La foto di Sebastiao Salgado che fa da logo al Convegno spiega bene con quale spirito parliamo oggi della governance della globalizzazione. Gli occhi infiniti di questa bambina sono "gli occhi dell'altro". Indipendentemente dalla miseria degli abiti, dalle cose circostanti, forse dalle umiliazioni subite, quegli occhi comunicano molto più di quanto può fare la parola. Sono occhi che esprimono angoscia, ma anche attesa e speranza. Sono finestre aperte su un'anima che attende risposte.

I benefici della globalizzazione

La globalizzazione non è inevitabile: le ondate protezioniste del XX secolo dimostrano che la tentazione della chiusura è sempre presente. La globalizzazione, però, è un processo che riflette un percorso di progresso, un processo quasi naturale frutto dei desideri di miglioramento in tutti i campi dell'attività dell'uomo, delle convenienze economiche, del desiderio di viaggiare, conoscere, scambiare.

Questo desiderio è oggi più vivo che mai. Ed è stato esaltato dalla caduta del muro di Berlino, dalla vittoria del modello di società "aperta" fondato sull'economia di mercato. Nell'ultimo decennio, ovunque le politiche economiche hanno rivalutato il ruolo del mercato - e del profitto! - come motori dello sviluppo. Il G8, il WTO, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, gli accordi regionali di libero scambio, le liberalizzazioni e le privatizzazioni all'interno degli Stati nazionali: tutti hanno concorso allo sforzo per liberalizzare il commercio, i flussi finanziari, ma anche la circolazione delle idee, la cultura, l'arte, la produzione scientifica e tecnologica.

Il risultato è uno sviluppo trascinante e caotico dell'economia mondiale.
Nell'ultimo decennio, la ricchezza è aumentata quasi ovunque nel mondo. La crescita del benessere è andata di pari passo con l'accelerazione dei flussi trasnazionali di beni, servizi, capitale, lavoro, tecnologia. Noi italiani, ad esempio, abbiamo visto in dieci anni aumentare le nostre esportazioni da 310.000 a 544.000 miliardi; il nostro reddito nazionale è cresciuto del 17%. E pensare che solo pochi decenni fa milioni di italiani pativano la fame.

Il benessere è aumentato in gran parte del mondo: là dove arrivava la globalizzazione, la crescita del prodotto superava la crescita della popolazione, contribuendo in maniera decisiva alla riduzione della povertà, dalla Polonia alla Malesia, dall'India, al Botswana; il confronto più limpido è quello fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Quando si tratta di produrre ricchezza privata, beni e servizi destinati al consumo privato, "Markets do it better". La globalizzazione porta "maggiore efficienza", cioè consente maggiore produzione a parità di risorse utilizzate: la crescita di efficienza è dunque la chiave per lo sviluppo.

Le sfide della globalizzazione

Ma la globalizzazione non è soltanto la culla di nuove opportunità. Ha già generato problemi nuovi, e rischi crescenti. Le crisi globali si succedono con elevata frequenza. Clamorose come le crisi finanziarie, i conflitti armati. Silenziose come la povertà, l'ambiente, l'Aids. Queste crisi hanno un alto costo per tutti: umano, economico, ambientale.

La lista dei problemi globali è ancora lunga: proliferazione nucleare, criminalità internazionale, appiattimento culturale, violazioni della vita e dei diritti dell'uomo, insufficiente diffusione delle conoscenze scientifiche e tecniche. In un mondo globalizzato le interdipendenze, quando non sono regolate, creano ansia, insicurezza. Instabilità. Paura.

Chi deve farsi carico dei problemi globali? Spesso sembra che, poiché essi riguardano tutti, nessuno ne sia responsabile! E allora, si aspetta che siano "gli altri" ad accollarsi i costi, per poi godere tutti delle soluzioni. Quando poi le bombe ad orologeria esplodono, come nel caso dell'Aids, non resta che cercare una salvezza individuale, incerta, costosa. E' evidente che questo modello non funziona bene. E' ora che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. Noi siamo qui per assumerci le nostre.

L'impressione che l'opinione pubblica ricava dallo sviluppo caotico della globalizzazione è che i mercati abbiano di fatto "espropriato la politica". Il sentimento di rigetto per l'economia di mercato non ha ancora trovato espressione ideologica univoca: esso costituisce un humus fertile per protezionismi, nazionalismi, populismi di vario genere, e provoca l'insorgenza di movimenti antisistema diffusi e magmatici, di cui è oggi difficile immaginare lo sviluppo.

Ma non c'è dubbio che le proteste del cosiddetto "popolo di Seattle" hanno se non altro il merito di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'urgenza dei problemi e l'immobilismo dei governi nazionali. Le nostre risposte - sia chiaro - non coincidono con quelle del movimento anti-globalizzazione. Ma il dialogo e la discussione nel merito - lo dico con altrettanta forza - è l'unica strada percorribile.

Naturalmente, noi siamo pronti a fare la nostra parte, come operatori sui mercati globali. La politica però deve fare la sua parte. E invece, mentre le banche, le imprese, la cultura, la musica, il turismo, il linguaggio, si sono globalizzati, la politica continua a pensare "locale".

Incapaci di intervenire in maniera efficace e coordinata sui problemi globali, i governi nazionali reagiscono in ordine sparso, cercando di costruire ciascuno la propria isola felice! Costruiscono scudi spaziali, barriere contro gli immigranti, dighe contro le inondazioni. Chi è dentro, è dentro, gli altri si arrangino! Ma la filosofia degli scudi (spaziali o meno) non è solo una filosofia poco solidale: è poco efficace, è costosa. Quindi, è inefficiente. Funziona male.

Un sistema di regole sovranazionali, e una dimensione globale della politica sono un necessario complemento alla globalizzazione dell'economia. I vantaggi sarebbero evidenti per tutti, oltre che per il sistema delle imprese. Vi sono ragioni di efficienza, ragioni di stabilità del sistema. Ma vi è anche una ragione etica alla base del nostro richiamo ad un sistema di regole globali; un'etica che, come sottolineava Luigi Einaudi, è fondamentale al capitalismo, per far sì che esso non dia luogo ad una consorteria di pochi, ma si traduca in un effettivo motore di crescita e di miglioramento della qualità della vita per tutti.

LE CRISI GLOBALI

Ambiente, energia, cultura del limite

L'ambiente è il primo grande tema su cui tocchiamo con mano la mancanza di una governance globale.

Viviamo in un mondo nel quale il processo di deforestazione avanza al ritmo di 100.000 Km2. all'anno, un terzo della superficie italiana.

La bio-diversità si riduce; ai ritmi attuali, la metà di tutte le specie di uccelli e mammiferi è destinata ad estinguersi nel giro di 200-300 anni.

L'acqua è un problema drammatico per molti paesi in via di sviluppo, e non solo per loro.
Le risorse ittiche mondiali stanno crollando: la capacità produttiva dell'industria della pesca supera del 40% complessivamente i livelli sostenibili, e questo anche grazie ai sussidi che i governi (compreso quello italiano) elargiscono al settore, invece di utilizzare le risorse per finanziare riconversioni produttive sostenibili.

L'ambiente è una risorsa dell'umanità e un diritto di tutti i cittadini del mondo e delle generazioni future. Non possiamo permetterci di non trovare una soluzione alla conservazione della vivibilità del nostro pianeta. Dobbiamo darci regole globali e far sì che tutti i paesi diano il proprio contributo alla ricerca e all'applicazione di tecnologie a basso consumo energetico e a basso impatto ambientale.

Noi Giovani Imprenditori dobbiamo e vogliamo fare un passo avanti nella consapevolezza che queste risorse hanno un valore economico dettato dalla loro finitezza. La nostra è la cultura del limite. La cultura dell'astronauta, cosciente della necessità di utilizzare al meglio le risorse a sua disposizione, e non quella del pioniere di frontiera, che estende il suo sguardo su praterie infinite.

La cultura del limite - a noi imprenditori - conviene. È l'unico modo per mantenere nel tempo le nostre produzioni. Anche perché negli anni a venire consumatori e risparmiatori influenzeranno sempre di più la domanda, orientandola verso produzioni ecosostenibili.

L'Europa deve svolgere un ruolo di traino per la soluzione dell'emergenza ambientale, e spingere gli Stati Uniti, così come i grandi paesi emergenti, Cina e India, ad adottare una cultura del limite.

E' una cultura che noi europei già applichiamo da anni in materia di risparmio energetico. Su questo siamo più avanti degli Usa. Gli americani consumano più del doppio di noi in termini di barili di petrolio procapite all'anno. Inquinano oltre il quaranta per cento in più di noi, anche quando si rapporta la quantità delle emissioni al PIL. La loro inefficienza energetica contribuisce ad innalzare i prezzi del petrolio, che noi, così, paghiamo più caro.

La retromarcia su Kyoto svela il piano energetico di Bush, che mira a rafforzare gli Usa in un settore veramente strategico. Per noi europei è un ulteriore campanello d'allarme. L'Europa non ha un piano strategico di lungo termine per lo sviluppo energetico e non è neanche nelle condizioni di realizzarlo. I veti incrociati degli stati nazionali, che utilizzano fonti diverse, difendono in maniera miope gli interessi dei propri produttori. Ciò significa che nei prossimi anni l'accentuata dipendenza energetica costituirà un ulteriore elemento di debolezza "negoziale" per l'Europa nei confronti dell'altra superpotenza.

Sicurezza alimentare e bio-genetica: il ruolo della scienza

Un altro tema centrale del dibattito sulla globalizzazione è il tema della sicurezza alimentare, della sicurezza sanitaria, e del ruolo e dei limiti che la scienza deve avere.

La scienza ha acquisito meriti fondamentali nella storia dell'umanità. Grazie ai progressi della medicina, ad esempio, negli ultimi trent'anni la mortalità infantile nel mondo si è dimezzata.

Grazie ai progressi della biogenetica, a parità di terreno coltivabile, e mentre la popolazione del pianeta raddoppiava, è stato possibile strappare dalla fame interi sub-continenti come l'India.

E' dalla scienza che ci aspettiamo la soluzione di alcuni grandi squilibri della globalizzazione. E' grazie alla scienza che potremmo riuscire a sfamare nel 2025 due miliardi di persone in più, senza accelerare la deforestazione.

Siamo all'"ottavo giorno della creazione": l'uomo comincia a manipolare la vita. E' pericoloso, d'accordo. Ma è anche pericoloso impedire alla scienza di progredire. Per ridurre i rischi della scienza, non occorre meno scienza, ma più scienza! Però responsabile e trasparente. Gli scienziati devono scendere dalle torri d'avorio, comunicare al resto della società anche gli obiettivi ed i metodi della ricerca scientifica.

Occorre superare il principio di precauzione che tende a bloccare lo sviluppo della scienza e passare a quello della prevenzione. I cittadini devono essere informati sui possibili rischi delle sperimentazioni. Il consumatore deve essere libero di scegliere consapevolmente fra i prodotti che gli vengono offerti. Occorre applicare il principio di etichettatura.

La ricerca scientifica e tecnologica va indirizzata urgentemente verso la soluzione dei gravi problemi sanitari e alimentari dei paesi in via di sviluppo. In occasione del G8 di Genova, l'Italia deve mantenere la sua richiesta iniziale di promuovere, oltre a un fondo per la sanità, anche un Fondo Globale per sostenere la ricerca internazionale pubblica sulle materie di interesse dei paesi più poveri (quali le malattie e le colture tropicali).

Anche il regime internazionale dei brevetti va riconsiderato. La tendenza a brevettare qualsiasi cosa, dal genoma umano alla biodiversità delle foreste pluviali, rischia di togliere ai paesi più poveri anche quello che la natura stessa gli ha affidato. Inoltre, la durata ventennale dei brevetti appare eccessiva con riferimento alla situazione dei 49 paesi più poveri, i quali in ogni caso mai e poi mai potrebbero permettersi di pagare questi brevetti. Lo scontro sui brevetti dei medicinali anti-Aids, tra il governo del Sud Africa e le principali compagnie farmaceutiche è un primo esempio di quello che potrebbe diventare la battaglia per l'accesso ai frutti del sapere. E' interesse delle imprese che le regole internazionali consentano la cessione di brevetti a costo fortemente ridotto nei paesi più poveri, a condizione che i prodotti che ne vengono tratti (ad es. i vaccini contro l'Aids) non siano ri-esportati nei paesi ricchi. Non si recupereranno mai i costi della ricerca e sviluppo dei prodotti di prima necessità a spese di queste popolazioni che, in ogni caso, non sono in grado di pagare.

La difesa delle diversità culturali

Una delle preoccupazioni generate dalla globalizzazione è la omogeneizzazione delle culture locali ad una sotto-cultura globale. Anche qui, occorre distinguere.
Da un lato, noi siamo fermamente per la società aperta. La storia ci insegna che per mantenersi vive ed esuberanti, le culture non hanno bisogno di essere protette o isolate: sforzi di questo tipo non possono che farle deperire. Le culture devono invece, vivere in libertà, in un continuo confronto creativo.

Ma non dobbiamo dimenticare che l'affermazione delle diversità può portare con sé lo sviluppo di un "localismo aggressivo".
L'Europa deve dunque rafforzare la sua identità sulla base di alcuni valori fondamentali. Sulla base di questa forte identità, noi diventiamo capaci di assorbire immigrati di culture diverse, di dialogare, di contaminarci.

La politica dell'immigrazione

Secondo le previsioni dell'ONU, nei prossimi 50 anni l'Europa e il Giappone avranno trend demografici fortemente negativi. Nei paesi in via di sviluppo la crescita della popolazione sarà superiore al 50%.

Sempre secondo le stime ONU, se l'Italia volesse mantenere stabile nei prossimi 50 anni la propria forza lavoro, dovrebbe aprire le porte a 357.000 immigrati l'anno, per un totale di 19,6 milioni.

La governance delle migrazioni fornirà una delle soluzioni principali al problema dell'invecchiamento della popolazione nel nostro paese.

Politiche migratorie eque e sostenibili sono impraticabili senza una intensa cooperazione tra Stati di origine, di transito e di destinazione finale. Serve una maggiore negoziazione internazionale che non si limiti agli aspetti di sicurezza e che porti ad una gestione concordata dei flussi di emigranti, sottraendoli alle bande di trafficanti. I paesi di destinazione riceveranno un grande contributo da flussi ordinati e trasparenti di lavoratori. Politiche globali in materia di flussi migratori, devono prevedere anche interventi di cooperazione per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di lavoro nei paesi di origine. Sarebbe auspicabile impegnare la rete delle nostre ambasciate per selezionare a monte gli immigranti, a beneficio delle imprese italiane che lavorano in Italia e all'estero, fornendo, anche a coloro che desiderano venire in Italia, formazione ed orientamento.

Si sente anche la mancanza di regole condivise nella ripartizione degli oneri derivanti dall'accoglienza di flussi di rifugiati. Le organizzazioni internazionali competenti non dispongono di mezzi e risorse sufficienti: è fondamentale operare per prevenire i conflitti locali e sostenere le democrazie, garantendo il rispetto dei diritti umani. I costi di tali politiche globali sono infinitamente minori della somma totale dei costi che ciascuno stato deve affrontare autonomamente per fare fronte al fenomeno, in maniera non coordinata con il resto della comunità internazionale.

La povertà

La situazione della povertà mondiale è nota. Quasi la metà degli abitanti del pianeta vive con meno di due dollari al giorno e 1 miliardo e duecento milioni di persone vive con meno di un dollaro al giorno. Nei 49 paesi più poveri, il 50% della popolazione infantile vive in condizione di malnutrizione e 5 bambini su 100 non sopravvivono fino al quinto compleanno. Nell'Africa sub-sahariana un adulto su quattro è sieropositivo. La metà dei bambini che hanno fra i 5 e i 14 anni lavora. In tutto il mondo, sono 250 milioni.


Le prospettive per i prossimi anni sono ancora più drammatiche. Nel 2020, infatti, vi saranno due miliardi in più di abitanti sul pianeta, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo.

La comunità internazionale si è solennemente impegnata a ridurre entro il 2015 del 50% il numero di quanti vivono con meno di un dollaro al giorno; si è impegnata a ridurre il numero di quanti vivono senza acqua potabile, a dare un ciclo di studi primario a tutti bambini del mondo, a ridurre sostanzialmente i decessi da parto. La Banca mondiale già avverte che stiamo andando verso un nuovo fallimento, una ennesima delusione. Eppure, questa catastrofe umanitaria non è affatto inevitabile.

Il problema è che questi paesi sono stati esclusi dai flussi economici internazionali. 800 milioni di abitanti dei paesi più poveri producono lo 0,7 del PIL mondiale, hanno solo lo 0,4% del commercio mondiale, degli investimenti diretti. E questo per colpa del nostro protezionismo, anche di quello italiano.

Il nostro governo ha proposto ai partners del G8 di aprire i mercati del nord del mondo alle poche esportazioni dei 49 paesi più poveri. Tale misura vale 5 volte la cancellazione del debito per questi paesi. Allora, noi Giovani Imprenditori vogliamo chiedere al Presidente del Consiglio di battersi con forza, al Summit di Genova, per ottenere dal G8 l'annuncio che questi paesi aspettano con ansia: una politica di apertura commerciale che riguardi "tutto ma non le armi". Sarebbe veramente poco se il G8 di Luglio dovesse produrre solo un "Fondo" per la Sanità. Sarebbe un ulteriore esempio di immobilismo destabilizzante della politica di fronte alle crisi globali.

Insomma, il vero problema di fondo, di fronte a tutte le crisi che viviamo, è "globalizzare la globalizzazione"!


LA GOVERNANCE

Un modello di sviluppo alternativo

Il rapporto squilibrato fra stato, mercato e società sta mettendo in crisi diversi equilibri globali. Come reazione, un nuovo progetto politico globale va delineandosi in tutto il mondo, con il contributo di diversi settori, diverse esperienze, diverse visioni. Noi vogliamo essere presenti in questo dibattito, con la nostra idea di "sviluppo armonico": uno sviluppo che unisca crescita economica e qualità della vita.

L'equazione fondamentale dello sviluppo armonico si articola in quattro passaggi:
1) le condizioni fondamentali per lo sviluppo (come legalità, istruzione, sanità);
2) la condizione necessaria (il mercato);
3) la clausola ambientale (che dà lo sviluppo sostenibile);
4) la clausola sociale (che rende lo sviluppo "armonico").

Lo sviluppo armonico - per noi - ha già un suo indicatore: è l'indice ISU (indice dello sviluppo umano) calcolato dall'Onu, che tiene conto, oltre che del Pil pro capite, anche delle condizioni sanitarie, del livello di alfabetizzazione e di istruzione. E' un indice che va messo al centro delle politiche di sviluppo.

Governance: le possibili soluzioni

Cari amici,

da qui bisogna partire per rifare le regole della globalizzazione. Ma il vero nodo della governance globale è: chi fa queste regole? I problemi globali sono problemi urgenti. Sono problemi complessi. Sono problemi che travalicano i confini degli stati nazionali. Queste caratteristiche fanno a pugni con la organizzazione gerarchica degli stati nazionali. D'altra parte, le attuali organizzazioni internazionali sono condizionate da interessi forti; sono poco trasparenti nei processi decisionali; sono poco integrate negli obiettivi e nell'azione - fra di loro e con altre istituzioni. Sono infine burocratiche ed autoreferenziali.

Per risolvere il rebus della governance globale esistono tre strade:
· una prima strada punta a migliorare l'attuale sistema, partendo da riforme delle pubbliche amministrazioni nazionali che aumentino anche la loro capacità di proiezione esterna;
· una seconda strada punta a promuovere una sorta di governo mondiale. Su questa linea si muove il Segretario Generale delle Nazioni Unite;
· una terza strada, invece, punta a modernizzare radicalmente il funzionamento delle

Organizzazioni Internazionali, coinvolgendo nella governance la "business community" e la società civile. Questa prospettiva viene esplorata con crescente entusiasmo dalle stesse Nazioni Unite e da alcuni governi di paesi nord-europei. Jean François Rischard ce la illustrerà nella sua relazione. E' l'opzione più coerente con la nostra visione di società aperta.

Esiste poi un problema di risorse da mobilitare per sostenere economicamente la governance globale. Avanziamo due proposte, tra loro complementari. La prima è di finanziare una maggiore spesa pubblica mondiale (inclusi i flussi di aiuto allo sviluppo), tassando alcune transazioni internazionali. Noi suggeriamo una tassa mondiale sul consumo di combustibili che producono gas ad effetto serra. Un'aliquota dello 0,5% sarebbe sufficiente a generare un flusso di risorse pari a cento volte il bilancio annuale di tutte le Agenzie delle Nazioni Unite.

Un'altra direzione è quella di incentivare il flusso di risorse private dedicate al sostegno dei paesi in via di sviluppo. Negli Stati Uniti, ad esempio, il trattamento fiscale delle donazioni per beneficenza le rende completamente esenti, mentre nei paesi europei le donazioni danno luogo a deduzioni fiscali più o meno marginali. Aiutiamo chi vuole aiutare: esaltiamo i valori della solidarietà che contraddistinguono noi italiani e la cultura europea.

Applicando il principio di sussidiarietà si può favorire il finanziamento diretto del cittadino alle attività delle ONG. Molte di queste organizzazioni - come Medici Senza Frontiere, che ospitiamo qui a Santa Margherita - hanno dimostrato di svolgere attività di sostegno alle popolazioni del Sud del mondo, meglio delle organizzazioni governative. Molti - cittadini, associazioni, imprese - sarebbero disposti a finanziarle direttamente, non "fidandosi" dell'intermediazione dello Stato.

Ma devono essere stimolati a farlo. Il Parlamento legiferi, favorisca la nascita del monitoraggio privato delle ONG, basato sull'obbligo della trasparenza!

Un ulteriore strumento è quello della finanza etica. I fondi etici si caratterizzano per investire solo in imprese che soddisfano alcuni requisiti comportamentali nei confronti dei diritti umani e sociali, dell'ambiente, della tutela dei consumatori. Sono molto diffusi negli Stati Uniti, dove il 14% del totale investito è allocato su questi fondi che, negli ultimi anni, hanno registrato risultati superiori ad alcuni indici di mercato. In Italia, lo sviluppo di questi strumenti è ancora molto in ritardo e rappresentano appena lo 0,8% dei fondi totali investiti: occorre incentivarli. Come Giovani Imprenditori abbiamo aderito con entusiasmo alla proposta della Banca Advantage, di collaborare alla istituzione di un fondo etico, partecipando alla definizione degli obiettivi e delle strategie che, secondo noi, definiscono meglio un modello di impresa in cui ci riconosciamo.

Conclusioni

Voglio concludere citando una frase del premio Nobel per la Medicina del 1958 Joshua Lederberg: "Il mondo è ormai un solo villaggio. La nostra tolleranza per una malattia in qualsiasi angolo del pianeta avviene a nostro rischio e pericolo". Nel caso dell'Aids, se si fossero spesi dei soldi subito, quando i costi erano ancora relativamente bassi, avremmo evitato che il problema andasse fuori controllo. Questa lezione vale per tutti i problemi globali, su cui la comunità internazionale non riesce a mettersi d'accordo.

A noi - che in quanto imprenditori siamo protagonisti dei mercati globali e, come uomini del nostro tempo, siamo anche protagonisti della nostra società - interessa che la globalizzazione sia regolata, e che si realizzino cospicui investimenti nei settori decisivi per la sopravvivenza della vita e della sua qualità, in tutte le parti del mondo.

Ci interessa che questo resti un pianeta abitabile, in tutte le sue parti, ovunque. E' un nostro diritto. E' un nostro dovere.

Siamo pronti a fare la nostra parte. Lo stiamo dimostrando con questo Convegno: è la prima volta che gli imprenditori italiani si confrontano con gli squilibri della globalizzazione. Non a caso, la spinta viene da noi Giovani Imprenditori! Lo stiamo dimostrando con la nostra disponibilità a discuterne con chiunque, a ricercare soluzioni avanzate. Lo dimostrano le iniziative concrete che abbiamo annunciato. Lo dimostra il nostro lavoro quotidiano. La nostra rinuncia al protezionismo ha come prima ed immediata conseguenza il nostro appoggio forte all'iniziativa italiana in sede di G8.

Ci aspettiamo quindi che il Presidente del Consiglio si batta, a Genova, per:
· aprire i mercati del Nord del mondo ai prodotti dei paesi più poveri;
· incentivare il flusso degli investimenti verso quei paesi;
· organizzare e finanziare la diffusione della tecnologia nel Sud del mondo;
· stimolare la nascita di scuole, istituti di ricerca, ospedali nei paesi più poveri.

Alla politica, alla burocrazia pubblica, chiediamo un salto di qualità, per provare a trasformare questo sviluppo caotico in uno sviluppo armonico. Chiediamo di non lasciare soli i mercati globali. Perché o la politica internazionale realizza una mediazione alta degli interessi nazionali o la società aperta entra in crisi.

Al governo italiano chiediamo di contribuire al rafforzamento politico dell'Europa, alla sua coesione, al suo sforzo di aprirsi e di includere. La vocazione dell'Europa è quella di svolgere - grazie alla sua identità, ai suoi valori peculiari - un ruolo di traino nel mondo per la soluzione dei problemi globali. Ma ciò richiede una profonda revisione della politica europea che, a fronte di importanti progetti di allargamento ed apertura - verso Est e verso i paesi dell'area mediterranea - ancora contrappone un'infelice politica del più rigido protezionismo nei confronti dell'agricoltura. Attraverso lo strumento delle cooperazioni rafforzate, l'Europa può contribuire all'integrazione globale dell'Africa del Nord e incentivare la costituzione di un'Unione africana basata sulla democrazia e sulla pace, sul rispetto dei diritti umani e del mercato. Attrezziamo il nostro continente per essere all'altezza di questa missione.


In questi due giorni approfondiremo queste tematiche con l'ottica di imprenditori, coscienti che senza la libera iniziativa privata non è possibile veicolare la crescita né produrre le risorse necessarie allo sviluppo. Ma come Giovani Imprenditori proveremo a definire meglio un modello di sviluppo che si basa sul mercato, sulle regole, sull'etica. Un modello che abbia come obiettivo lo sviluppo armonico.

Noi Giovani Imprenditori vogliamo far parte del numero dei soggetti attivi e protagonisti di questo momento storico. Vogliamo impegnarci per misurarci con temi certamente molto più grandi di noi, ma che non vogliamo demandare ad altri, chiusi nel "microcosmo" delle nostre aziende.

Se il mestiere degli imprenditori è fare impresa e il mestiere di Salgado è quello di rappresentare la gente, il mestiere di noi Giovani Imprenditori è quello di fare impresa tenendo ben presente la gente.

Allo sguardo di quella bambina noi vogliamo dare una risposta.