LA SFIDA DELLE INCLUSIONI
Le
tesi dei Giovani Imprenditori illustrate dal presidente Anna Maria Artoni
Limmigrazione, attore non protagonista della globalizzazione
Lo sguardo dellaltro, che un anno fa - qui
a Santa Margherita Ligure - tracciò il
sentiero dellimpegno dei
Giovani Imprenditori per una globalizzazione più armonica, si
materializza
oggi negli occhi che incrociamo quotidianamente lungo le strade, talvolta
negli angoli nascosti della nostre città.
Eppure le principali analisi
demografiche, economiche e sociali condotte a livello
internazionale concordano
nellaffermare che cè un attore non protagonista
nei
processi di globalizzazione. Ed è, a sorpresa, proprio limmigrazione.
Il flusso di
immigrati nel mondo è cresciuto da 75 milioni nel 1965
a 158 nel 2000: più del doppio nel corso di 35 anni. Ma anche la popolazione
mondiale, nello stesso periodo, è quasi raddoppiata. Lo sviluppo dellimmigrazione
internazionale è stato quindi assolutamente modesto, se paragonato a quello
degli altri indicatori della globalizzazione: in primo luogo, i movimenti di merci
e di capitali.
Tutto lascia pensare, però, che nel prossimo futuro
limmigrazione conquisterà il centro della scena. Nei Paesi in via
di sviluppo l85% della popolazione mondiale - 5 miliardi e 200 milioni di
persone - gode di appena il 45% della ricchezza mondiale. Il reddito medio pro-capite
in questi Paesi è di 3.500 dollari lanno, contro i 25.600 dei Paesi
ricchi. Circa un miliardo e mezzo di persone, concentrato nellAfrica subsahariana
e nel subcontinente indiano, vive con un reddito pro-capite di un dollaro al giorno,
due miliardi e ottocento milioni di persone vivono con meno di due dollari al
giorno.
In queste aree si prevede, nei prossimi anni, un drastico aumento
delle forze espulsive.
Come ci spiegherà Maffettone, molti dei Paesi
dorigine dellemigrazione supereranno a breve il livello della povertà
assoluta. Ma laumento del reddito minimo pro-capite farà scattare
- paradossalmente - la molla per lasciare la terra dorigine in cerca di
ben altra fortuna.
Tuttavia la vera bomba demografica sta per
esplodere alle porte del nostro Paese,
sullaltra sponda del Mediterraneo.
Oggi 377 milioni di europei fronteggiano 161 milionidi abitanti di Nord Africa
e Medio Oriente: mentre i primi rimarranno sostanzialmente stabili, i secondi
raddoppieranno entro il 2030.
Le inclusioni
Linclusione è, dunque, la grande sfida dei prossimi
decenni. "La realtà delle migrazioni può essere vista non come
una minaccia alla sicurezza e al benessere - ha ricordato di recente Giovanni
Paolo Secondo - ma, al contrario, come un segno dei tempi, segno di una civiltà
chiamata a tenere insieme l'identità e l'universalità, la differenza
e l'uguaglianza".
Accanto allinclusione sociale ed economica dellimmigrato
che giunge nel nostro Paese in cerca di lavoro, non è meno importante linclusione
culturale di quegli italiani che si sentono minacciati dal diverso.
Spesso vivono nella periferia degradata di una grande città, alla ricerca
di un lavoro e con un basso grado di scolarizzazione. Chi ha meno cultura custodisce
con accanimento la propria piccola cultura e i propri piccoli privilegi.
Bisogna
aiutare anche loro a non rimanere indietro, a non affrontare la società
aperta con spirito di chiusura. Perché altrimenti rischiamo di costruire
una società di enclavi in guerra. Un grande terreno di battaglia sul quale
si scontrano da una parte movimenti nazional-populisti razzisti e reazionari,
dallaltra comunità di extracomunitari rigidamente autoreferenziali,
avulse o discordi dalle nostre regole, relegate in un limbo umiliante di subalternità
economica e di esclusione sociale.
La filosofia degli scudi non solo è
poco solidale, ma è soprattutto poco efficace, costosa e inefficiente.
Lo affermammo lanno scorso, sempre qui a Santa Margherita Ligure: la filosofia
degli scudi, delle barriere non funziona in nessun ambito della globalizzazione.
Ancora meno nel governo dellimmigrazione. Soprattutto per chi - come noi
- crede nel
libero mercato, nel naturale incontro tra domanda e offerta. Quindi
nella mobilità, nel
diritto di spostarsi in cerca di migliori condizioni
di vita, come parte del patrimonio
genetico delluomo e insieme del disegno
economico e sociale tracciato dalla mano
invisibile descritta da Adam Smith.Gli
immigrati rappresentano una forza necessaria per lo sviluppo delle società
occidentali. La via è stata tracciata decenni fa negli Stati Uniti: inutile
e costoso costruire barriere, meglio lavorare per lintegrazione. Gli americani
capirono che sigillare la frontiera del Rio Grande sarebbe stato un tentativo
illusorio. Piuttosto era necessario creare opportunità di integrazione
per le famiglie di messicani che tentavano disperatamente di oltrepassare il confine,
evitando che i loro giovani - una volta arrivati negli States - costituissero
una minoranza di giovani analfabeti e potenzialmente violenti perché sospinti
nella clandestinità.
Negli ultimi decenni limmigrazione è
stata utilizzata da alcuni Stati - Usa, Canada,
Australia - come leva dello
sviluppo industriale. Oggi gli stessi Stati ne stanno facendo elemento strategico
per accrescere la propria competitività sul piano internazionale, incentivando
limmigrazione qualificata, larrivo dei cervelli. LEuropa dovrebbe
imboccare la stessa strada, se vuole davvero diventare quelleconomia basata
sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo che si è
posta come obiettivo in occasione del Consiglio Europeo di Lisbona.
Limmigrazione
in Italia
Per lItalia limpatto con flussi
rilevanti di immigrati è avvenuto solo di recente, almeno rispetto a quei
Paesi europei che vantano una tradizione ultrasecolare di rapporti con le colonie.
Ciò spiega, forse, perché lopinione pubblica tenda a considerare
ancora limmigrato come presenza a tempo determinato nella nostra
società. E spiega anche il ritardo con cui la politica italiana ha preso
coscienza dellimportanza e della natura strutturale del fenomeno.
Nel
nostro Paese cè un immigrato ogni 35 persone, in Francia uno ogni
15, in
Germania, Austria e Belgio uno ogni 10. Ma lItalia è divenuta
oggi un Paese di
immigrazione stabile: non più mera terra di transito
verso il resto dEuropa, si colloca a pieno titolo tra i grandi Paesi multietnici
del Vecchio Continente. In Italia si parlano oggi 180 lingue importate
e coesistono 616 confessioni differenti.Il numero di immigrati presenti nel nostro
Paese raddoppia ogni dieci anni: nel 1981
erano 331.000, 648.000 nel 1991.
Nel gennaio 2001 erano 1.464.000 gli stranieri
regolari in Italia, il 2,5%
della popolazione. Questi i dati Istat, ritenuti piuttosto
prudenziali:
la reale portata del fenomeno, considerando anche la presenza degli
irregolari,
è molto più vasta.
Secondo le analisi della Commissione Europea,
lItalia è oggi il Paese dellUnione più
esposto ai
flussi di immigrazione legale. Nel 2000 sono entrate circa 181 mila persone, più
che in Germania - dove gli ingressi si sono fermati a 105mila - molto più
che in Francia e Spagna, dove sono stati registrati 55mila e 20mila immigrati
in più.
Parallelamente, lItalia è anche la frontiera più
calda rispetto agli arrivi illegali: le
forze di polizia stimano
che nei primi tre mesi del 2002 gli ingressi di clandestini siano cresciuti del
30%. Moltiplicandosi in Calabria e in Sicilia, il che lascia pensare che ndrangheta
e mafia siano entrate massicciamente nel grande business del traffico di disperati.
Il bisogno demografico di immigrati
Intanto nel nostro Paese cresce in modo esponenziale il bisogno demografico
di
immigrati. I paesi europei sono tra i più vecchi al mondo e tra
questi il primo posto
spetta proprio allItalia, dove già oggi
il 24,5 per cento della popolazione è costituito da ultrasessantenni. Inoltre
è particolarmente alto - e crescerà rapidamente nei prossimi anni
- lindice di dipendenza degli anziani dalla popolazione attiva. In realtà,
il fenomeno è rilevante su scala planetaria: secondo i dati Onu, attualmente
nel mondo ci sono nove persone che lavorano per sostenere un pensionato - erano
dodici nel 1950 - ma nel 2050 saranno quattro.
A determinare questa inversione
della piramide demografica, in Italia, è - prima ancora che il rapido allungamento
della vita media - il crollo della natalità degli ultimi decenni e quindi,
negli ultimi anni, della popolazione in età lavorativa. Nei prossimi ventanni,
secondo Golini, i giovani di età compresa tra i 20 e i 40 anni diminuiranno
di 300mila unità lanno. Nel 2020 saranno oltre 6milioni in meno rispetto
ad oggi. Significativo inquestottica il dato sulletà media
dellimmigrazione in Italia, concentrata per il 62 per cento nella fascia
detà tra i 25 e i 49 anni. Nella stessa fascia detà
si colloca solo il 36 per cento degli italiani.
Uno scenario del genere traccia
ununica strada per il mantenimento degli attuali livelli di benessere del
nostro Paese: governo e integrazione dei flussi migratori. Né si può
riporre troppa fiducia in politiche tese a favorire la fecondità degli
italiani, politiche che potrebbero solo rallentare il declino della popolazione
giovane in età lavorativa.
Lazienda Italia
e gli immigrati
Secondo la Caritas i lavoratori immigrati
in Italia sono oggi 840mila, pari al 3,6% della forza lavoro complessiva.
Il lavoro degli immigrati ha consentito nellultimo decennio la sopravvivenza,
o ha
rivitalizzato, interi settori produttivi. Tra gli esempi più evidenti,
la pesca a Mazara del
Vallo, la floricoltura in Liguria, la pastorizia in
Abruzzo e nel Lazio. Nellinsieme, il
lavoro immigrato svolge oggi una
funzione più complementare che concorrenziale
rispetto a quello svolto
dai cittadini italiani.
Resta alta però la quota di immigrati non in
regola, che secondo stime approssimate per difetto ammonta a circa il 30% del
totale dei lavoratori immigrati.
Daltro canto, come ha dimostrato Mistri,
la necessità di flussi crescenti di immigrati
nelle aree produttive
del Nord è un indicatore del cattivo funzionamento del mercato del lavoro
in Italia. Nelle aree più ricche del Paese, infatti, i salari non sono
in grado di
rappresentare indicatori efficaci della scarsità relativa
del lavoro, incentivando quindi in misura limitata i disoccupati del Mezzogiorno
a spostarsi nel Settentrione.
Occorre sgombrare il campo, inoltre, dallidea
che gli immigrati possano risolvere gli
squilibri del nostro sistema previdenziale.
I contributi versati dai lavoratori immigrati
costituiscono una realtà
consistente - più di 3mila miliardi di vecchie lire lanno - ma
non possono essere considerati, ad oggi, la chiave della strategia di risanamento
della previdenza pubblica.
Identità nazionale e integrazione
Un recente sondaggio ha rivelato che la maggioranza dei francesi
approva ancor oggi la decapitazione di Luigi XVI, che fu eseguita nel 1793. Non
solo. A più di duecento anni di distanza, i francesi ammettono che se fosse
necessario condurrebbero nuovamente il tiranno alla ghigliottina. Non è
certo il segno di quanto siano sanguinari. È la rivendicazione della propria
identità nazionale, attraverso il gesto-simbolo della Rivoluzione da cui
i francesi traggono radici comuni.
Modificare la propria identità nazionale
per accogliere lingue, costumi, religioni diverse è un processo che tocca
le corde più intime del senso di appartenenza ad una comunità.
Lidentità acquista rilievo e visibilità sociale
soprattutto quando è messa a confronto
con unaltra identità.
Volere lintegrazione, quindi, non è affatto scontato. Ma Seneca
diceva: se vuoi che qualcuno ti sia amico, trattalo da amico.
Integrazione,
evidentemente, non può essere sinonimo di assimilazione. I problemi di
convivenza tra identità, culture e religioni possono essere risolti solo
attraverso il rispetto reciproco. Senza prescindere dal riconoscimento dei diritti
inviolabili di libertà e insieme dal rispetto delle regole giuridiche fissate
dallo Stato che accoglie.
Lintegrazione multietnica sta facendo passi
da gigante nelle scuole, dove la presenza di immigrati è cresciuta di sei
volte negli ultimi dieci anni senza destare alcun tipo di
allarme sociale.
È un ottimo segnale per il futuro: la scuola è considerata in ogni
angolo del mondo il canale migliore per integrare la seconda generazione di immigrati.
Per la prima, invece, linserimento nella società riserva sorprese
meno piacevoli. Non cè da meravigliarsi se ogni 25 ore nel nostro
Paese uno straniero subisce un atto di violenza, un terzo dei quali di matrice
xenofoba.
Daltro canto, appaiono preoccupanti i dati sulla criminalità
di origine straniera. Gli
immigrati rappresentano circa il 25 per cento della
popolazione carceraria. Sono
addirittura più del 50 per cento nelle
carceri minorili. Ma le statistiche sembrerebbero
escludere un rapporto diretto
tra criminalità e immigrazione: le province con le
percentuali più
alte di immigrati sul totale della popolazione - come Vicenza, Reggio
Emilia,
Perugia - sono tra le più sicure.
LEUROPA DEGLI
IMMOBILISMI
La sindrome dellassedio
Unondata xenofoba sembra voler scuotere le fondamenta
della società europea.
Negli ultimi tre anni, segnala lL'oservatorioo
europeo anti-razzismo, hanno votato per
partiti che fanno dellintolleranza
verso gli immigrati una bandiera politica più di 11
milioni di europei.
Tre volte la popolazione dellIrlanda. Clamoroso il caso di Le Pen
in
Francia, ma ancora più significativo il successo della lista di Pim Fortuyn
in
Olanda. Perché se i consensi alla destra anti-democratica non sono
una novità
assoluta per la Francia, e lo stesso Le Pen aveva ottenuto
in passato risultati
numericamente paragonabili a quello delle presidenziali
2002, lexploit del partito di
Fortuyn è avvenuto in un Paese
dove è alta sia la capacità di integrazione degli
stranieri
che la qualità della vita media.
Il segnale olandese, dunque, getta
una luce piuttosto sinistra sul futuro della
rappresentanza nel cuore dellEuropa.
Anche perché il bacino di elettori intolleranti
è
potenzialmente molto ampio. Secondo una recente ricerca della Fondazione
Nordest,
ben il 36 per cento dei cittadini europei considera gli immigrati una
minaccia,
e non solo per la sicurezza e lordine pubblico, ma anche per
loccupazione.
La paura del pericolo è mille volte più terrificante del pericolo
presente diceva Daniel Defoe.
In tutta Europa la sindrome dellassedio
influenza pesantemente le scelte elettorali.
E proprio la paura di presentarsi
agli elettori come fiancheggiatori di
unimmigrazione selvaggia ha spinto
molti governi nazionali a premere il freno sul
pedale del trasferimento a
Bruxelles delle politiche migratorie.
Il trattato di Amsterdam fissò
al primo maggio 2004 la scadenza del processo di
comunitarizzazione delle
politiche nazionali in materia di immigrazione e di asilo,
ponendo ufficialmente
lEuropa come area di immigrazione - dopo gli anni dell
immigrazione
zero - e riconoscendo implicitamente lesigenza di allargare
laccesso
al suolo europeo. Ma il bilancio, finora, è assolutamente deficitario.
Ilvertice di Laeken, nello scorso dicembre, ha fotografato la situazione di stallo.
Responsabili consapevoli della frenata, i governi degli Stati membri
hanno deciso
di concentrarsi su alcuni obiettivi minimi: armonizzazione e
rafforzamento dei
sistemi comuni di controllo dei flussi, coordinamento dei
sistemi nazionali di asilo,
varo di programmi comuni per la lotta alle discriminazioni
e al razzismo.
Tra gli impegni assunti manca però qualsiasi riferimento
ad una politica europea in
materia di ammissione al lavoro, che pure offrirebbe
alle nostre imprese certezze
comuni per assumere immigrati sul
territorio europeo.
La Guardia di Frontiera europea: un successo italiano
Riteniamo interessanti, invece, le novità che si stanno profilando a livello
europeo nel
settore della sicurezza: in particolare, gli sforzi per listituzione
di una Guardia di
Frontiera europea. Se il progetto andrà in porto
in tempi ragionevoli, come
annunciato dal ministro Scajola qualche giorno
fa, lo si dovrà considerare un
successo del governo italiano, cui va
attribuita la paternità dellidea. Una polizia
federale
europea è nettamente preferibile per il controllo delle frontiere a soluzioni
autarchiche di grande spettacolarità mediatica ma di dubbia validità
pratica, come
luso istituzionale della Marina militare per intercettare
le carrette del mare.
La nascita dellorganismo, inoltre,
potrebbe rivelarsi decisiva per raggiungere un
obiettivo ancor più
importante, soprattutto a medio-lungo termine: la ripartizione tra
tutti i
Paesi membri dellUnione Europea dei costi delle attività di tutela
e vigilanza
delle frontiere. Oggi gravano sullItalia più che
su ogni altro Paese. Ma, da Schengen
in poi, le nostre sono le frontiere dellUnione.
MIGRAZIONI
Il modello britannico
Altri
Paesi europei hanno inserito nellagenda politica limmigrazione ben
prima
dellItalia. Consideriamo particolarmente interessante, come modello
di riferimento
per il nostro Paese, il sistema britannico. La sua filosofia
di fondo si pone a metà
strada tra le politiche di immigrazione tendenzialmente
aperte adottate dagli Stati
Uniti e quelle tendenzialmente chiuse dei grandi
Paesi continentali del Vecchio
continente. Il suo obiettivo consiste nel favorire
unimmigrazione qualificata. Non
esiste in Gran Bretagna
un tetto quantitativo agli accessi di immigrati. Ai datori di
lavoro è
consentito effettuare chiamate nominative di stranieri, purchè abbiano
determinate competenze. Inoltre, il governo britannico ha messo in atto una politica
di forte incentivazione allarrivo di studenti stranieri, in diretta concorrenza
con gli
Stati Uniti.
La tentazione dello spot
LItalia è ancora in cerca del suo modello
di governo dellimmigrazione. La legge
attualmente in vigore, la Turco-Napolitano,
ha evidenziato limiti di applicabilità. Ma
soprattutto non ha vinto
la battaglia della sicurezza psicologica con lopinione
pubblica,
sempre più spaventata dalla presenza dello straniero. Affonda le sue radici
in questa esigenza, probabilmente, la Bossi-Fini. La riforma - nella versione
che
attende la votazione definitiva del Senato - contiene indubbiamente innovazioni
utili.
La detrazione fiscale per le elargizioni in sostegno dei programmi
di sviluppo nei
Paesi poveri, anzitutto, che risponde ad una richiesta più
volte avanzata dai Giovani
Imprenditori. In secondo luogo la creazione di
uno sportello unico che gestirà tutte le
pratiche burocratiche dei
nuovi ingressi. Condividiamo anche la cancellazione
dellobbligo delle
quote annuali a vantaggio di un sistema più flessibile, perché in
linea con la scelta compiuta dai Paesi europei più avanzati. Infine il
riconoscimento
agli immigrati, che hanno frequentato nei Paesi dorigine
corsi di istruzione e diformazione professionale, di un diritto di precedenza
allingresso in Italia è un passo
importante nella direzione di
una immigrazione di qualità.
Ma altri provvedimenti contenuti nella
Bossi-Fini ci sembrano, francamente, degli
irrigidimenti inutili. Forse indotti
dalla tentazione di costruire una sorta di spot
pubblicitario. Uno spot dove
si mostrano i muscoli più per rassicurare lopinione
pubblica
di fronte alla presunta emergenza che per migliorare la gestione strutturale
del fenomeno.
È assolutamente condivisibile lidea di collegare
il diritto di soggiorno in Italia al
contratto di lavoro. La procedura prevista
per lassunzione degli immigrati è però
eccessivamente
burocratica. E per le imprese rischia di risultare troppo onerosa. Il
datore
di lavoro che voglia assumere un immigrato deve garantirgli lalloggio e
il
rimborso delle spese di viaggio per il futuro rientro in Patria. Non solo:
prima di
ottenere lautorizzazione allassunzione, deve attendere
che i centri per limpiego
verifichino che non ci siano lavoratori nazionali
o comunitari o addirittura
discendenti di italiani residenti allestero
disposti ad accettare la stessa offerta di
lavoro. Il rischio è che
questo meccanismo renda conveniente lelusione: ovvero
prendere immigrati
che sono già in Italia, clandestinamente. Una legge nata per
combattere
la clandestinità rischia, paradossalmente, di favorirla.
Secondo le
mere leggi di mercato, luso di una procedura di assunzione così onerosa
costringerebbe peraltro limprenditore a ridurre il salario offerto al lavoratore
immigrato, perché questultimo abbia un costo complessivo paragonabile
a quello di
un lavoratore europeo.
La nuova normativa sembra, per di più,
ostacolare linserimento dellimmigrato nel
tessuto sociale italiano.
Legando la sua permanenza in Italia esclusivamente alla
persistenza di un
contratto di lavoro tenderà a farlo sentire, sotto il profilo
psicologico,
precariamente inserito nella comunità in cui opera. Con la conseguenza
di indurlo a recuperare in Italia il maggior numero di risorse disponibili da
portare nel
suo Paese dorigine.Inoltre, non incentivando la formazione
degli immigrati, né privilegiando larrivo nel nostro Paese di persone
portatrici di competenze particolari, la legge non privilegia quella immigrazione
qualificata che pure - in prospettiva - è essenziale attrarre in Italia
per mantenere la nostra competitività sui mercati internazionali.
Ci
auguriamo infine che la prevista sanatoria - inizialmente ristretta a colf e badanti
-
sia allargata a tutti gli immigrati irregolari che lavorano
regolarmente in Italia.
Perché discriminare tra i vari profili professionali,
tra colf e operai? Lintegrazione in
azienda è la prima forma
di integrazione sociale. Rispedire in patria limmigrato
che già lavora in fabbrica sarebbe ingiusto per lui e dannoso per il Paese.
Governare le emozioni, ricomporre le fratture
sociali
Governare limmigrazione significa, in
realtà, cercare di costruire la società del
futuro. E per costruirla
è necessario anzitutto governare e conciliare paure, bisogni e
interessi,
nellottica di uno sviluppo che non lasci ferite sociali da rimarginare.
Siamo in un mondo nuovo, un mondo in cui non si risponde con scelte ideologiche
a
problemi astratti, ma con scelte concrete a problemi reali. Non ha senso
leggere ogni
problema e ogni possibile soluzione che riguardi la gestione
delle migrazioni con le
lenti, contrapposte ma figlie di un comune errore
culturale, della xenofobia e della
xenofilia.
Rifuggiamo dalla sindrome
dellassedio. Affermiamo senza paura - e con il
supporto delle
statistiche - che non è mai esistita una società più tranquilla
della
nostra. Fino allaltro ieri le nostre famiglie piangevano i loro
caduti in guerra e la
violenza era costume abituale, dalle campagne alle città.
Ed è proprio grazie a questa
vita quotidiana mediamente più
pacifica che in passato - come ha sottolineato con
grande lucidità
Giuliano Zincone - che ogni prepotenza residuale ci sembra
intollerabile.
Chi governa ha il compito, istituzionale ed etico, di governare anche le emozioni.
Rifuggendo dalla tentazione di ricorrere a scorciatoie emozionali, quando la via
della
politica diventa più irta. Perché le paure sono figlie
della modernità,dellinnalzamento nelle nostre società delle
attese di benessere e di qualità della vita.
E quindi non ha senso
né assecondarle né combatterle, sic et simpliciter. Le paure si
vincono incanalando istinti, passioni e sentimenti in visioni e progetti condivisi
che
guardino lontano, ponendosi come obiettivo la diffusione della ricchezza
e, quindi, la
ricomposizione delle fratture sociali. La società è
nello stesso tempo un sistema
integrato e un sistema in conflitto ci ricorda
Ralph Dahrendorf.
Ma costruire la società del futuro è compito
complesso, ambizioso, trasversale. Non
può essere delegato esclusivamente
allazione governativa. Cè bisogno di
governance, cè
bisogno dellimpegno convinto di tutti gli attori sociali.
Limpresa
può giocare in questa partita il ruolo decisivo. Soprattutto perché
limpresa
è divenuta negli ultimi anni, in Italia come in tutti
i Paesi avanzati, paradigma
dellintegrazione. La coesistenza e la collaborazione
tra razze e religioni diverse tra
le mura della fabbrica è
il volano migliore per lintegrazione nella società.
Eppure finora
le nostre aziende non hanno saputo rivendicare e comunicare a
sufficienza
la loro capacità di essere punta avanzata della società, laboratorio
del
futuro.
Il governo efficiente dellimmigrazione:
la sussidiarietà
Oggi le competenze in materia
di immigrazione sono sostanzialmente accentrate sullo
Stato nazionale. Ma
non serve scomodare analisi di ingegneria istituzionale per capire
quanto
sia inefficace ed inefficiente un simile modello di governo, rispetto ad un
fenomeno così articolato.
Domani i compiti pubblici in materia di immigrazione
dovranno essere spalmati sui
vari livelli territoriali, dal Comune alla Commissione
Europa, mediante
lapplicazione di quel principio di sussidiarietà
che il trattato di Maastricht ha posto
come pilastro della costruzione europea.
Il governo dellimmigrazione è divenuto negli ultimi mesi ennesima
occasione di
scontro tra i federalisti - che vorrebbero ampliare
il potere delle autorità
sovranazionali allambito politico, in
particolare alle competenze su iniziativadiplomatica, sicurezza e immigrazione
- e gli intergovernativi, che negli stessi settori ritengono praticabili
esclusivamente forme più strette di cooperazione tra i governi nazionali,
lasciando nelle mani di questultimi le leve del controllo.
È
vero che, almeno dallInghilterra del tredicesimo secolo in poi, la sovranità
è legata
allinvestitura popolare - e sono i governi nazionali
ad averla, non quello europeo. Ma
il principio di sussidiarietà impone
di attribuire le competenze al livello territoriale
più vicino alla
dimensione del fenomeno, e che quindi con più efficienza ed efficacia
può governarlo. E limmigrazione, evidentemente, è fenomeno
che travalica di gran
lunga lambito nazionale.
In particolare tutela
e sicurezza delle frontiere non possono che essere affidate
allUnione
Europea. Le libertà di circolazione allinterno del territorio comunitario
introdotte dal Trattato di Schengen devono essere bilanciate da unadeguata
lotta
allimmigrazione clandestina. È necessario un management
delle frontiere
comunitario, di cui listituzione e leffettivo
funzionamento di una apposita guardia
europea nonché la ripartizione
dei costi della sicurezza delle frontiere tra gli Stati
membri sono elementi
imprescindibili. Altro terreno dazione comunitario dovrebbe
essere il
diritto dasilo, unificando le procedure degli Stati membri. Ci aspettiamo
che
il prossimo vertice europeo di Siviglia fornisca risposte in merito.
Riteniamo invece che nella definizione dei flussi sia estremamente importante
il
contributo delle Regioni, in grado di monitorare da una parte - soprattutto
attraverso
le associazioni datoriali - le esigenze del mercato del lavoro
e dallaltra le capacità
daccoglienza dei loro territori.
Perché siano efficaci gli strumenti dellintegrazione, infine, è
necessario che siano
gestiti e modulati a livello territoriale. Un esempio
per tutti. Lesigenza di garantire
lalloggio dellimmigrato,
che la legge appena approvata dalla Camera fa ricadere sul
datore di lavoro,
dovrebbe rientrare tra i compiti tipici degli enti locali. Riteniamo
essenziale
che questultimi diventino protagonisti dellintegrazione, magari
prevedendo sistemi di incentivi fiscali a favore degli imprenditori che si facciano
carico del problema-alloggi a favore degli immigrati.Tra i primi in Italia, come
Giovani Imprenditori abbiamo compreso la strategica importanza dellimpegno
sul territorio nella governance dellimmigrazione. Da anni sviluppiamo progetti
a livello provinciale - dal Nord al Sud del Paese - con lobiettivo di aumentare
le chances di integrazione per gli immigrati. Partendo da un convincimento profondo:
la trasformazione dellimmigrato in cittadino italiano ed europeo non è
un atto di generosità verso chi è nato in province del pianeta meno
ricche. È una leva decisiva per garantire a noi tutti, contemporaneamente,
sviluppo, sicurezza, coesione sociale.
Le proposte
Finora, attraverso il sistema delle quote, il governo
ha definito solo quanti
immigrati debbano entrare in Italia. Ma
un Paese consapevole del fatto che
limmigrazione è fenomeno strutturale,
strategico per lo sviluppo nei prossimi anni,
deve passare da una concezione
spontaneistica ad una programmatoria dei flussi.
È giunto il momento
di trovare un punto di equilibrio nel rapporto tra le esigenze dei
Paesi dorigine
e quelle dei Paesi riceventi, oggi sbilanciato in favore dei primi. È ora
di stabilire quali immigrati vogliamo, quali profili professionali,
quali competenze.
Lo si può fare, ad esempio, mediante la politica
delle cooperazioni bilaterali con i
Paesi di origine e di transito. Una strategia,
questa, che era stata avviata dai
precedenti governi e che lattuale
sembra aver abbandonato. Laccordo diretto tra
lItalia e il Paese
donatore può consentire di definire i flussi migratori, favorendo
iniziative formative mirate già nel Paese dorigine e nel contempo
fornendo allItalia
un quadro delle professionalità già
presenti in quellarea.
Daltra parte, lItalia potrebbe offrire
agli stessi Paesi canali privilegiati di
inserimento nel proprio sistema formativo
dei loro migliori cervelli. Formare in Italia
la classe dirigente dei Paesi
del Mediterraneo sarebbe il modo migliore per
avvicinarli a noi.
Occorre anche monitorare in tempo reale le esigenze delle imprese e la capacità
di
inserimento degli extracomunitari che trovano lavoro in Italia. In questottica
proponiamo di costituire in Confindustria un L'oservatorioo sullinserimento
degli
immigrati in azienda.
Fondamentale anche la battaglia contro la
clandestinità. Per vincerla è necessario
rendere conveniente
la legalità, non solo per le imprese ma anche per gli stessi
immigrati.
Occorre allargare la forbice tra i diritti riconosciuti ai regolari e quelli
concessi agli irregolari. Estendere i primi vuol dire costruire una nuova cittadinanza,
che consideri i diritti civili e politici come driver di una compiuta integrazione
sociale. Un segnale importante in questa direzione può essere la concessione
del
diritto di voto agli immigrati nelle elezioni amministrative, quelle che
toccano più da
vicino gli interessi di chi vive in una comunità
di cui deve sentirsi parte, a pieno
titolo.
Segnaliamo inoltre il grave
ritardo del nostro Paese rispetto allattuazione del diritto
dasilo.
È urgente che lItalia - unico Paese europeo ad esserne sprovvisto
- si doti di
una legge organica in materia, dando finalmente un seguito alla
previsione
costituzionale che riconosce tale diritto.
Nodo strategico
della capacità di integrazione negli anni a venire, per lItalia come
per gli altri Paesi avanzati, sarà ladeguamento del welfare alle
esigenze di una
società multietnica. Magari, mediante norme comuni
europee. Sotto questo profilo,
ha avuto successo il modello dell integrazione
indiretta, sperimentato ad esempio
in Gran Bretagna, Belgio e Olanda,
dove una quota rilevante di servizi a favore degli
immigrati è stata
delegata alle organizzazioni della società civile. Questa scelta si
sposerebbe bene con lattivismo e laffidabilità delle associazioni
di volontariato
operanti in Italia.
Tra le barriere principali allintegrazione
occupa un posto importante la non
conoscenza della lingua. Addirittura il
primo posto secondo gli imprenditori, rivelano
le indagini più recenti,
perché rende difficoltoso il rapporto professionale e umano tra
il
datore di lavoro - o i suoi collaboratori - e il lavoratore immigrato. Questultimo,
a
sua volta, avverte un senso di frustrazione e di minorità se non
padroneggia litaliano.
Sarebbe assai utile in questottica istituire
un certificato standardizzato e a vari gradidi conoscenza della lingua italiana,
da rilasciare allestero - sul modello di quanto già accade per linglese,
il francese, il tedesco e lamericano - il cui possesso costituisca titolo
preferenziale per lingresso in Italia.
Anche la nascita di una tv italiana
per il Mediterraneo potrebbe costituire uno
strumento importante di diffusione
della lingua. Una tv di formazione e di
informazione, che diffonda la cultura
italiana e allo stesso tempo informi su
procedure di ingresso, diritti e doveri,
opportunità lavorative. Le forme che
limmigrazione assume sono
in qualche modo condizionate dai messaggi che
giungono dal Paese di destinazione,
quindi dalle attese che maturano tra i potenziali
migranti.
Infine, lattenzione
verso i modelli di governance dellimmigrazione non può farci
dimenticare la necessità di aiutare gli sforzi dei Paesi in via di sviluppo.
LItalia è tradizionalmente molto sensibile al tema, per cultura e
posizione
geografica. Ma, anche in questo campo, valutazioni di efficacia
impongono di
rendere europee le politiche di aiuto allo sviluppo. Questa scelta,
unita al fatto che già
oggi la politica commerciale è comunitaria,
consentirebbe allEuropa di essere
protagonista nel mondo di una diversa
globalizzazione.
Una volta Carlo Rubbia ha detto, a proposito del progresso
scientifico: siamo su un
treno che va a trecento chilometri all'ora, non sappiamo
dove ci sta portando e,
soprattutto, ci siamo accorti che non c'è il
macchinista. Rischia di essere, nei
prossimi anni, la fotografia delle migrazioni
planetarie. Credo che lEuropa, culla
della civiltà occidentale,
abbia il diritto e il dovere di mettersi alla guida di questo
treno.